Al-Thani dà ospitalità ai leader jihadisti palestinesi, ma intanto riceve Blinken e tratta per gli ostaggi

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Il Qatar è forse uno di quei posti, purtroppo numerosi nel mondo dell’Islam, in cui il progresso serve a impedire il progresso? Con i guanti bisogna trattarlo l’emirato, una scaglia di sabbia nel Golfo diventato un avamposto della globalizzazione, una boa del business e della diplomazia più spericolata, dalle tende nel deserto alla skyline a cinque stelle, dal cammello ai bolidi di Formula uno e al mondiale pedatorio, tutto insieme, un meraviglia da togliere il fiato. E appannare la ragione. E se tutta questa sciccheria che ci incanta e ci assomiglia celasse un emirato canaglia che ha fatto da salvadanaio al grande assalto islamista al ventunesimo secolo? Insomma: il Qatar è un indirizzo furbamente equivoco a cui andare con la stessa baldanza se avete un miliardo in tasca da investire o un progetto islamista?
Proceder con cautela è obbligatorio soprattutto ora, dopo il sanguinoso sabato dell’operazione “diluvio al aqsa”: perché il petrol emiro è diventato la più concreta speranza per i duecento ostaggi di Hamas di tornare a casa, forse l’unica, e per questo riceve i complimenti della Casa Bianca. Un uomo che regna e governa su appena undicimila chilometri quadrati e due milioni di sudditi riceve, in stretta successione, il segretario di Stato americano Blinken che gli fa le fusa nella sua tenda di grattacieli; e il giorno dopo a Doha stende il tappeto rosso per il ministro degli Esteri iraniano, accusato di essere il burattinaio che manovra le leve di Hamas, e non è certo, il loro, un colloquio travaglioso. Offre ospitalità immobiliare agli uffici “politici” dei jihadisti palestinesi, oltre ad esserne lo sportello bancario, e nello stesso tempo mantiene rapporti affatto segreti con Israele. E soprattutto, e qui l’equilibrismo sfiora la perfezione, è stato accusato, da vicini assai poco amichevoli (volevano invaderlo) come Arabia Saudita ed Emirati, di essere il generoso borsellino di sigle che distillano terrore e delitti, ovvero al Qaeda e Isis, nientemeno. E lui, l’emiro, in questa paradossale compresenza, scivola via sempre senza danni. Anzi sta seduto e riverito nei consigli di amministrazione dei giganti economici del pianeta. Ed è l’indirizzo preferito degli americani per tutte le mediazioni impossibili con il Male contemporaneo, dall’Afghanistan ad Hamas. Appunto. Insomma, torniamo sempre lì, apprendista stregone dell’inferno islamista o angelo della pace e abile modernizzatore?
Piovono gli indizi. Ovunque ti volgi in questi tempi travagliati, dove c’è una crisi in corso, spunta Tamin ben Hamad al-Thani. In libia non c’è rammendo ai cocci della guerra civile ? Il Qatar tiene in piedi lo sgangherato napoleone di Bengasi, il generale Haftar, dopo aver corroborato le milizie islamiste di Benhadi. Chi è in grado di parlare con i pestiferi talebani e far loro ritrovare le chiavi per riportare Kabul indietro di ventanni? Ma l’emiro, che offre il cerimonialmente composto e discreto spazio di Doha. La Palestina è in fiamme, si rischia una altro capitolo della Terza guerra mondiale: chi può parlar con tutti, terroristi israeliani ayatollah e la Casa Bianca, chi può telefonare ad Al Sisi, al principe saudita, a Khamenei, a Erdogan, a Biden e Abu Mazen? Ma lui l’emiro, che sponsorizza il Paris Saint Germain e i Fratelli musulmani, al potere o in nerboruta opposizione! Scoppia la guerra in Ucraina, l’Europa manca di gas? Niente paura: il disponibile Qatar è pronto ad aiutarci, in cambio di influenza e di un piccolo sovrapprezzo. Chi altro è riuscito a portare al potere Hamas a Gaza con il consenso dello stesso Israele che credeva di indebolire gli altri palestinesi? Lo invocano guerriglieri e cancellerie, banche e arruffapopoli di mezzo pianeta. Lo scandalo che scuote il parlamento europeo si chiama “qatargate”. L’ex presidente francese Sarkozy finisce nei guai per i fondi neri della sua campagna elettorale? Dietro ovviamente spunta il Qatar. I mondiali di calcio: un successone! Eppure, dietro, immancabili, traffici, accuse, ombre, lavoratori schiavi… Ovviamente tutto finisce in niente.
Soldi soldi sempre soldi… Ecco qua il lievito con cui l’astuto emiro ci avvolge e travolge. E pensare che tutto è iniziato con un golpe dinastico, e una abdicazione: perché il padre dell’attuale emiro, si dice, temeva la replica della congiura. E soprattutto con una intuizione geniale, creare al Jazeera, una televisione che è diventata il suo esercito, la sua diplomazia, esplicita e segreta. Gli undicimila chilometri di superficie nel tempo dell’impero delle immagini sono diventati grandi come l’intero pianeta. Con le telecamere e le troupe il Qatar ha guidato le primavere arabe e la guerra civile siriana. E oggi ci racconta, la sola in diretta, il dramma di Gaza.
Un capo del gruppo islamista che mi ha sequestrato in Siria nel 2013, che io chiamavo “il pelato”, si spacciava per giornalista della catena qatariota. Un segno di distinzione e di credibilità. E affondava le mani dentro grandi sacchi neri pieni di dollari americani: «Abbiamo molti amici ricchi e generosi…», sogghignava soddisfatto. Non faceva nomi.
Già: gli enti benefici, i pii donatori, i fondi caritativi: il jihadismo rivoluzionario e terrorista si è riempito le tasche e l’arsenale attingendo a questa grande banca anonima che è servita a tenere nell’ombra gli Stati, gli emiri, i monarchi che si compravano così la tolleranza dei fanatici con il mitra o estendevano la loro influenza.
Molti sospetti sono caduti ad esempio su “qatar charity” che è stata accusata di essere il finanziatore di al Nusra , la versione siriana di al Qaeda. Chi ha agito da mediatore per la liberazione di ostaggi degli islamisti siriani? “Qatar charity”.
Il Qatar ha il segreto per sedurre noi occidentali: i vantaggi economici e la vernice, l’immagine. Per l’emiro il mondo è un universo acquistabile, un linguaggio che comprendiamo benissimo. Che cosa ci intenerisce, nel pestifero mondo islamico tra sopravvivenze feudali e profeti di palingenesi feroci, più di un Paese gestito paternamente come una azienda internazionale? Una ditta con pubblicità, comunicazione efficace, libero mercato, campagne pubblicitarie, che organizza elezioni dove sono candidate anche le donne; ma nessuna viene eletta e l’ultima parola spetta comunque all’emiro. Singapore con i minareti. Dove perfino i terroristi di Allah sembrano degli innocui soci nel business.
Parlo del Qatar con un amico che vive in Medio Oriente. Mi dice: «Non basta un’eccellente business class per non essere un Paese canaglia».
Forse banalmente la risposta a questo giornalismo sensazionalistico (Quirico e’ molto più ambiguo del Qatar) e’ all’interno di questo articolo:
https://consortiumnews.com/2023/10/25/craig-murray-the-chances-of-a-regional-war/
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