
(Dott. Paolo Caruso) – Oggi parlare o meglio sparlare di ospedali e di sanità pubblica in genere è come sparare sull’ambulanza della croce rossa, cioè infierire contro chi non è in grado di difendersi per incapacità manifesta. Infatti da trent’anni la sanità pubblica si va sgretolando progressivamente dinanzi agli occhi dei cittadini increduli di tanto sfascio, gli ospedali vetusti e sempre più fatiscenti in parte vengono chiusi per logiche economiche che esulano dal vero obiettivo legato all’assistenza sanitaria gratuita dei cittadini e di chi ne ha bisogno. Vengono meno oggi i principi di universalismo, equità e uguaglianza che vanno a compromettere il diritto costituzionale alla tutela della salute. Da tempo ormai questa politica risulta miope, non in grado di scelte di ampie visioni che riescano a mostrare un modello sanitario e di società per le future generazioni. Una mancanza di visione e programmazione economica che alla fine lascia indietro la fetta più debole della popolazione senza dare risposte adeguate alla cittadinanza più fragile. Con questa destra di governo cosiddetta del “fare” si assiste all’apoteosi del neoliberismo che trova soprattutto nella sanità pubblica sempre più depotenziata finanziariamente ( – 37 miliardi negli ultimi 10 anni ) un vero e proprio vulnus sociale, una emergenza nazionale, un ulteriore stillicidio di professionalità e competenze che si avviano ad abbracciare il modello privatistico, un modello sicuramente più remunerativo e meno farraginoso. Un esodo quello dei camici bianchi che, mortificati economicamente, sottoposti a turni stressanti, costretti a prestazioni continue oltre l’orario previsto per gravi carenze di organico, soffocati dalla burocrazia e dalle gerarchie spesso incompetenti e politicizzate, buttano la spugna e lasciano in quantità crescente la sanità pubblica. Le cosiddette aziende sanitarie rappresentano gli interessi delle forze politiche, un mondo sommerso di complicità e di clientelismo più bieco che poco ha a che fare con la tutela della salute pubblica. Un malcostume tanto diffuso che passa anche attraverso le assunzioni e le carriere dei sanitari, dove la meritocrazia ha perso il suo vero significato e dove spesso “vittime” e “carnefici”, candidati e commissari sono entrambi complici del potere politico. Oggi per la politica mantenere un SSN pubblico efficiente non è più una priorità del Paese e ci si avvia inesorabilmente a un altro modello di sanità, con la privatizzazione in maniera subdola e progressiva di quella assistenza pubblica che fu il fiore all’occhiello dell’Italia nel contesto internazionale. Al già fragile SSN il governo impone un ulteriore e cospicuo ridimensionamento finanziario, per cui in termini assoluti la spesa sanitaria pubblica scenderà nel 2024 del -2,4% rispetto all’anno precedente, in controtendenza ad altri Paesi europei quali Francia, Germania e Gran Bretagna. Il governo nazionale e le regioni dovrebbero invece di fare comunicati roboanti sforzarsi di dare risposte concrete ai cittadini, usufruitori in atto di servizi poco qualificanti. La maschera politica del “nuovo” che avanza nasconde in effetti le insidie di un certo modo di gestire la salute pubblica che sottoposta ad una squallida operazione di maquillage ricalca tutti i temi cari al neoliberismo meloniano cioè le privatizzazioni. Rabbia e frustrazione trovano sempre meno presa nei cittadini che si vanno abituando lentamente allo smantellamento del SSN costretti a constatarne il progressivo declino, non avendo colto i preoccupanti segnali che giungevano nel corso degli anni. E’ così che l’articolo 32 della Carta Costituzionale veniva buttato nel cassetto dei ricordi. Destra e sinistra in questi ultimi anni hanno rappresentato un falso storico contemporaneo, le due facce della stessa medaglia, entrambe fautrici di logiche neoliberiste. Nessun governo, compreso quello dei “migliori”, ha fatto nulla per risolvere le grandi disfunzioni presenti nella gestione sanitaria pubblica ne ha affrontato adeguatamente la questione del personale insufficiente e le strutture territoriali ne tanto meno ha cercato di aumentare i finanziamenti. Così permangono forti criticità sia per quanto riguarda i tempi di attesa insostenibili, sia soprattutto per il sovraffollamento delle aree di emergenza ridotte a veri e propri lazzaretti. Chi può si rifugia nelle strutture private con il conseguente aumento della spesa sanitaria o con un esborso economico personale non indifferente. Insomma curarsi sta diventando questione di censo, sempre più una cosa per ricchi, discriminante anche tra le diverse aree geografiche del Paese. Un governo che incrementa le spese militari tagliando i finanziamenti alla sanità pubblica, abbassando di fatto il livello qualitativo e quantitativo delle prestazioni di certo non lascia ben sperare. Nessuno incentivo alla professionalità, stipendi non adeguati, la fuga dal pubblico e l’esodo verso Paesi esteri sono il frutto di una politica da molti anni poco attenta alle necessità del comparto sanitario pubblico ma anche di grandi responsabilità degli stessi sindacati. Soltanto scommettendo sul pubblico con un impegno finanziario massiccio, mettendo da parte le logiche affaristiche clientelari che da sempre hanno caratterizzato la sanità pubblica, e che ancora in Sicilia si cerca di perpetuare con la nomina dei direttori generali secondo logiche di pura appartenenza si potranno gettare le basi ad un nuovo progetto di sanità, altrimenti il declino sarà inarrestabile e si assisterà ad una discesa precipitosa verso il baratro.
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