Dietro all’ipotesi che Teheran abbia dato il via libera ad Hamas c’è il rinnovato protagonismo del continente sciita. Sfruttando il disordine globale intende cancellare il potere occidentale di Washington rappresentato da Israele

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Sull’insanguinato tavolo del vicino Oriente e della Palestina i dadi stanno ancora rotolando. Nulla è ancora deciso. Ma c’ è chi cerca di inclinare il tavolo per far uscire la combinazione vincente. Al centro di tutti i giochi, delle paure e delle speranze, sempre lui: l’Iran, specialista fin dal secolo scorso nella demonizzazione di grandi e piccoli Satana. Dietro Hamas, dietro Hezbollah, a fianco del dittatore siriano Bashar e della Russia, perennemente iscritto nei nostri ruoli di pericolo pubblico numero uno, di candidato a nuovo impero del Male su cui rovesciare sanzioni, maledizioni e, alla fine, anche missili. Insomma: il filo sottile che corre tra il contenere la crisi palestinese su un purtroppo annoso e tragico scenario locale o trasformarla nel nuovo fronte della guerra mondiale passa attraverso il coinvolgimento diretto degli ayatollah e della loro implacabile teocrazia. Che ci costringerebbe a intimidirci o a strafare. Entrando in un circolo vizioso.
C’è qualcuno che lo spera, anzi cerca di accelerare il processo: Netanyau, che fin dal sabato del terrore e dell’orrore ha indicato in Teheran il mandante e l’attore del sanguinoso attacco di Hamas in Israele, la mano tutt’altro che invisibile del massacro e l’annuncio di una guerra come non se ne sono mai viste. Di fronte a questa firma per Israele le due portaerei spedite da Biden a intimidire l’Iran, sollevando inutili onde nel Mediterraneo adatte a increspare solo i telegiornali della campagna elettorale americana, sono un gesticolare inutile e un mansueto segno di resa.
I bombardamenti dell’aviazione di Tzahal sulle postazioni dei guardiani della rivoluzione in Siria sembrano aver lo scopo di indurre l’Iran a svelarsi: costringendo così Washington a scendere in campo uscendo da una comoda replica mediorientale della non belligeranza ucraina e soprattutto a lasciar mano libera per la vendetta a Gaza. Per Israele chi rifiuta una guerra che non può evitare perde. Nelle sue condizioni è difficile dargli torto.
Per Gerusalemme da anni il vero nemico non sono i palestinesi, è sempre stato l’Iran, satrapia sanguinaria che non ha mai dismesso l’impegno costituzionale di cancellare Israele dalle carte geografiche. I tentativi, anche recenti, di Europa e Stati Uniti di trovare un accordo con Teheran sul nucleare sono bollati come un ‘’appeasement’’ che finirà per schiacciarci e divorarci.
Attorno ad Israele c’è, quello sì concreto e attivo, ‘’l ‘asse della resistenza’’. È una tela di ragno che pazientemente, scavalcando gli alti e bassi nello scontro con l’Occidente per il nucleare, Teheran ha costruito per trenta anni attorno allo stato ebraico e al decadente impegno americano nel vicino oriente. Lo compongono le forze di quello che nei progetti di Teheran doveva costituire l’ininterrotto dominio sciita dal mediterraneo al Golfo: l’esercito- partito del libanese Hezbollah protagonista della guerra siriana, e poi Bashar Assad e il sua restaurata dittatura a Damasco; le milizie sciite utilizzate, anche con l’aiuto americano, per respingere il Califfato in Iraq, e i guardiani della rivoluzione, la legione straniera dell’imperialismo sciita, l’armata ideologica degli ayatollah al cui interno ci sono reparti di afgani e di pakistani. Si aggiungono gli huti yemeniti impegnati in una guerra feroce con l’Arabia saudita. E naturalmente Hamas nella striscia di Gaza.
Sui jihadisti palestinesi Teheran ha investito soldi e capitale politico, superando il limite teologico che dovrebbe dividere gli eretici sciiti dai sunniti palestinesi. Con i miliziani palestinesi Teheran stringeva l’assedio anche a Sud, appena al di là di un Muro rivelatosi fragilissimo. Ma il rapporto non è quello di una totale dipendenza, semmai dell’incontrarsi di interessi reciproci. Armi certo, addestramento che è servito per trasformare i forsennati di Hamas in efficaci forze speciali, e denaro. Ma non è il rapporto teologico e gerarchico che vincola Hezbollah: senza il Fratello iraniano le milizie libanesi scomparirebbero. Hamas è parte di uno sfondo più complesso in cui rientrano anche i calcoli dei governi arabi, la concorrenza con i laici intorpiditi dell’Autorità palestinese e il progetto islamista radicale. Il che crea difficoltà ma anche autonomia.
Si supponeva che l’Iran, alimentando ogni focolaio di crisi, volesse guadagnare tempo per arrivare alla Bomba atomica e alla immunità ricattatoria che il gadget apocalittico conferisce ai suoi detentori.
La Bomba per ora sembra ancora ipotetica. È possibile allora che l’Iran, se davvero ha dato via libera ad Hamas e non è stato invece scavalcato dai suoi alleati di Gaza, abbia la sensazione che è arrivato il momento di sfruttare il disordine inglobante innescato dalla guerra in Ucraina. Teheran intravede nuove possibilità: non più il rischio dell’isolamento nel balbuziente micro continente sciita, ma da protagonista del nuovo blocco che vuole sgretolare il potere americano e occidentale, di cui Israele è la ‘’colonia’’ mediorientale. Per ora è una galassia in movimento ma che deve solidificarsi in un blocco se non si vuole restare senza difesa nella terra di nessuno. Ormai tutto va per aria, anche l’impossibile può essere a portata di mano.
Nel vicino Oriente nulla è bianco o nero, tutto è labirintico, si intreccia e si specchia. Occorre qualcosa di enorme, di brutale per annullare intrighi e ipocrisie. Il sette ottobre è servito a questo. Ora saranno le mosse di Hezbollah sul fronte Nord dell’assedio a Israele a indicare che cosa hanno scelto gli ayatollah, attendere ancora o alimentare ancor più l’incendio a costo di esserne trascinati dentro. China anche per loro molto pericolosa che rischia di farli inciampare nelle loro stesse finezze.
Ma c’è un secondo aspetto, forse più importante, che muove le scelte radicali iraniane: il fronte interno. La teocrazia è uscita vincitrice dalla volenterosa ‘”rivoluzione del velo’’, l’ha schiacciata con la violenza. Perché solo le teocrazie che possono bollare i ribelli come ‘’nemici di Dio’’, sviluppando fino in fondo l’arte di annientare . Ma tra sanzioni, crisi economica e resistenza strisciante della società, il regime è in crisi grave. La guerra ‘’per liberare Gerusalemme dalla profanazione ebraica’’ è una perfetta fuga in avanti che permetterebbe di sfuggire alle permanenti grane della realtà, imporre di nuovo la disciplina, trovare insperati alleati. Perché unisce contro, è la scorciatoia delle tirannidi.
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ex-inviato de noialtri
ma impara a leggere e studiare un pò di storia
https://www.ossin.org/uno-sguardo-al-mondo/analisi/1208-chomsky-riflessioni-su-sionismo-questione-palestinese-e-impero-usa
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Israele non sta solo decimando Gaza con attacchi aerei, ma sta impiegando la più antica e crudele arma di guerra: la fame.
Il messaggio di Israele, alla vigilia di un’invasione di terra, è chiaro. Lascia Gaza o muori.
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Israele che bombarda a piacimento la Siria fa il paio con la nato che bombarda Belgrado. Quirico è come sechi: vede da un occhio solo
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