Il Parlamento non parla, non decide. Il governo va avanti a colpi di decreti e sulla legge di bilancio non sono previsti emendamenti di maggioranza. Decide tutto Meloni: una riforma di fatto

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Il presidenzialismo c’è, ma non si vede; il Parlamento si vede, ma non c’è. Succede in Italia, dove stipendiamo un Parlamento che non parla, a dispetto del suo nome di battesimo. Che non propone e non dispone, dopo l’ultimo diktat dell’esecutivo: nessun emendamento alla legge di bilancio. Divieto assoluto per gli onorevoli signori della maggioranza, guai a chi sgarra. Quanto alla minoranza, può anche scrivere un’enciclopedia d’emendamenti, tanto verranno gettati in blocco nel cestino dei rifiuti. Perché la legge più importante dello Stato va decisa in solitudine dal Consiglio dei ministri, anzi dalla sua presidente, armata di pieni poteri. È l’evoluzione finale della nostra forma di governo: una capocrazia, una democrazia del capo.

Sarà per questo che la madre di tutte le riforme – il presidenzialismo, l’elezione diretta di chi avrà in tasca le chiavi del governo – viene continuamente annunciata e poi rinviata. Avrebbe dovuto sbatterci sul naso a settembre, poi in ottobre, adesso non si sa. Ma non ce n’è bisogno, abbiamo già in sella una presidente del Consiglio scelta direttamente dal corpo elettorale. O almeno questa è la vulgata, anche se i numeri non sarebbero d’accordo. Difatti alle ultime elezioni gli astenuti hanno toccato un record: 36 per cento. Significa che 17 milioni d’italiani hanno disertato le urne, e significa perciò che la maggioranza di centro-destra rappresenta circa il 30 per cento dell’elettorato, pur avendo incassato il 56 per cento dei seggi in Parlamento. Un presidenzialismo col trucco, mettiamola così.

D’altronde chi ha detto che un’autentica riforma dev’essere scritta, tradotta in articoli di legge, stampata a caratteri di piombo sulle colonne della Gazzetta ufficiale? Non è vero, la riforma può anche essere tacita, inespressa. E noi italiani ne sappiamo pur qualcosa. Dopotutto, la seconda Repubblica – inaugurata negli anni di Tangentopoli, con la decapitazione di tutti i vecchi partiti – non ha mai cestinato la Costituzione della prima. Ma è un’antica consuetudine: pure il fascismo, durante il suo ventennio di potere, non si curò affatto d’abrogare lo Statuto albertino, la vecchia Carta liberale del 1848. La lasciò indenne però svuotata, disseccata, come un prosciutto appeso a un gancio nel soffitto.

Da qui un tratto del nostro costume nazionale: ormai da lungo tempo in Italia non vale la Costituzione scritta, conta piuttosto la Costituzione “materiale”. Anche se quest’ultima è una creatura immateriale, è un fantasma che non si può vedere né toccare. Ma quel fantasma regola il nostro vivere civile, e lo dirige sotto l’impero del governo. Dovrebbe esercitare il potere esecutivo; si è impadronito, viceversa, anche del potere legislativo, lasciandone alle Camere soltanto un simulacro. Con i decreti legislativi, veicolo che trasporta i provvedimenti più importanti, dalla riforma delle pensioni alla riorganizzazione dei ministeri, dal fisco al servizio sanitario. Con i decreti legge, che in questo primo scorcio della legislatura hanno raggiunto un picco: 3,6 al mese, la media più alta della storia repubblicana. Infine con la tenaglia dei maxiemendamenti e dei voti di fiducia, che strangola la volontà del Parlamento.

Sicché, adesso, siamo all’ultima puntata. Ne è protagonista la legge di bilancio, strumento già degenerato nella prassi. Negli ultimi quattro anni non sono mai stati rispettati i termini fissati dalla legge di contabilità e finanza pubblica, sforandoli di varie settimane. Di conseguenza il loro esame si è rivelato monocamerale, giacché la seconda Camera ha avuto giusto il tempo d’approvarle, non di discuterne l’impianto. Ma in Italia, quando credi d’aver toccato il fondo, non devi disperarti: puoi sempre scavare. E scavando, ecco il bavaglio per ambedue le Camere, non più soltanto una. Nel 2019 la Consulta levò un monito contro le distorsioni procedurali che infettano le leggi di bilancio. Di questo passo – disse – verrà raggiunto “quel livello di manifesta gravità” che le rende incostituzionali. Evviva, ora ci siamo.