Casino borbonico di Carrega, dove la storia va al contrario. Emilia-Romagna. Dopo anni in cui il Parco regionale ha lasciato andare in malora queste pregiatissime architetture, oggi si arriva alla parola fine: la messa all’asta

(DI TOMASO MONTANARI – ilfattoquotidiano.it) – Mentre la Cavallerizza di Torino (cioè un pezzo dei palazzi reali sabaudi, sito Unesco…) diventa (come largamente previsto e denunciato) un hotel di lusso a centotrenta stanze e mille stelle, va all’asta metà di un’altra straordinaria reggia, il Casino borbonico di Carrega, nei boschi di Sala Baganza, a Parma.

La costruzione del corpo centrale di questo meraviglioso complesso principesco, affidata al geniale architetto Alexandre Petitot, si concluse nell’anno della Rivoluzione, il 1789: simbolico canto del cigno di un antico regime ormai prossimo allo schianto. Ma mentre il sistema politico europeo scricchiolava dalle fondamenta, la ritrovata misura dell’arte neoclassica ristabiliva un rapporto umano con lo spazio e la natura. Per un gioco di dadi del destino, dopo il risiko dinastico organizzato dal Congresso di Vienna per chiudere i conti della Rivoluzione e dell’Impero napoleonico, il Casino di Carrega diventò un luogo amatissimo dalla moglie di Napoleone, quella Maria Luigia che, abbandonato il marito a Sant’Elena, rimase fedele alla sua famiglia (quella imperiale d’Asburgo) avendo in cambio il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Fu proprio Maria Luigia a far sopraeleveare il Casino di Petitot, e ad aggiungergli una specie di “Prolunga” (questo poi il suo nome corrente), cioè un lungo colonnato con al centro un altro piccolo casino, con dentro un teatrino di corte.

Morendo, Maria Lugia lasciò tutto al patrimonio del ducato (scelta luminosa), che quindi passò ai Savoia dopo l’unità italiana. Furono questi ultimi sciagurati ad alienare il complesso a privati: ma finalmente, nel 1994, esso passò (tranne il Casino di Petitot, ancora abitato dalla famiglia Carrega che lo possiede dal 1881) al primo parco naturale fondato (nel 1982) dalla Regione Emilia-Romagna, il Parco Naturale Regionale dei Boschi di Carrega. Eppure, questo passaggio alla mano pubblica non è la fine della storia: ai nostri giorni il percorso secolare che ha portato al godimento del popolo i beni dei sovrani dell’antico regime si interrompe, e comincia a scorrere al contrario. Così, dopo anni in cui il Parco regionale ha lasciato andare letteralmente (e colpevolissimamente) in malora queste pregiatissime architetture (ovviamente vincolate), oggi si arriva alla parola fine, cioè alla messa all’asta. Si potranno così comprare, dice il bando, la ‘Prolunga’ sviluppantesi per una lunghezza complessiva di circa 300 mt. e larga, prevalentemente, circa 13 mt., costituita da: corpo centrale, denominato “Casinetto”, posto su due livelli oltre ad altana sopraelevata – munita di orologio e di torretta campanaria – con disponibilità altresì di piano interrato; “Prolunga sud la quale ingloba i rustici settecenteschi e presenta una distribuzione interna irregolare; “Prolunga nord” comprensiva delle addizioni ottocentesche, con porzione più settentrionale; a “Casa di pietra” su due livelli … e due ambienti ipogei a suo tempo adibiti a “Ghiacciaie’”.

Naturalmente, visto che, come ammette il bando stesso, una “parte considerevole” dei beni in vendita sono “collabenti [cioè cadenti] od in stato di degrado strutturale”, questi 4.785 mq di architetture da manuale di storia dell’arte sono svenduti ad una basa d’asta di tre milioni e trentamila euro. Bel servizio ai cittadini di Parma, dell’Emilia-Romagna e dell’Italia!

Con una irrituale manifestazione di cattiva coscienza politica, il bando si sente in dovere di spiegare che “si intende in tal modo garantire, oltre che la salvaguardia della funzione collettiva che aveva a suo tempo motivato l’acquisizione del complesso, altresì un importante elemento di valorizzazione atto a rendere appetibili le funzioni che possono svolgersi nel “Casino dei Boschi”, atteso che gli utenti delle attività che vi verranno ospitate potranno fruire di un bene pubblico di assoluto prestigio come quello richiamato senza che la proprietà debba accollarsi alcun onere in termini di manutenzione e responsabilità patrimoniale”.

Cioè: il pubblico svende un bene comune straordinario per poter salvare almeno i boschi, il cui mantenimento a spese pubbliche faciliterà le attività imprenditoriali private che si svolgeranno negli edifici alienati. In sintesi: la Regione Emilia-Romagna svende un monumento pubblico per finanziare ciò che resta, mettendo un pezzo del patrimonio culturale della nazione al servizio del profitto privato.

Ora la palla passa al ministro Sangiuliano, che ha l’occasione di dimostrare il suo impegno a favore del patrimonio della (nominatissima) nazione, facendo comprare tutto allo Stato. Comunque vada a finire, la storia rappresenta un vero capolavoro culturale e politico del celebrato ‘riformismo’ del modello Bonaccini: una visione e una prassi politica al cui confronto Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo-Lorena, moglie di Napoleone e duchessa di Parma, sembra l’eroina di una sinistra radicale dei beni comuni.