Reddito di cittadinanza, per non dimenticare.

(Stefano Rossi) – Gennaio 2019, governo gialloverde, viene presentato in Parlamento il Reddito di cittadinanza.

Dopo tre votazioni, a marzo, diviene legge.

Il Pd vota contrario a tutte e tre le votazioni con dichiarazioni al veleno: “…un tradimento soprattutto verso le famiglie numerose e con persone disabili, un tradimento verso i bambini e le bambine che si attendono risposte coraggiose e durature nel tempo” (sen. Edoardo Patriarca).

Sciocchezza” (Boccia, allora senatore a Il Sole 24 Ore.

Invece di questa pagliacciata sul reddito di cittadinanza, che nessuno sa cos’è, mettiamo i soldi sul reddito di inclusione, che amplia la base e fra qualche mese porterebbe gli assegni nelle case degli italiani”, Nicola Zingaretti a Omnibus, su La7, novembre 2018.

Lavoro per tutti, non carità pelose”, così la CGIL.

Leggendo o ascoltando molti pennivendoli sembra che la Schlein e il Pd siano i più strenui difensori di questa misura sociale e spesso il Movimento non viene nemmeno nominato.

L’attuale governo di centrodestra ha abolito il reddito di cittadinanza ma prorogandolo fino al 2024 e limitandolo a 7 mensilità. Ma data la totale incapacità di legiferare, hanno pure abolito i reati connessi, pertanto, per tutto il 2024 e parte del 2023, i truffatori (i pennivendoli scrivono “i furbetti”) che non hanno diritto pur percependolo, non saranno puniti.

Quando si dice che la destra ci tiene a combattere il crimine!

Ora, dopo l’alleanza con il Movimento, il Pd non poteva far finta di niente e ci ha pensato la CGIL a invertire al rotta. A mia memoria fu l’ex ministro della Giustizia Orlando a parlare per primo dicendo che è una misura giusta e che con l’emergenza Covid aveva salvato milioni di famiglie.

Come spesso succede, ancora una volta ci hanno pensato i giudici della Cassazione a colmare un vuoto.

Tutto nasce da una causa di lavoro introdotta da un dipendente di una cooperativa di vigilanza della Carrefour e il suo salario.

La Corte di Appello di Torino aveva ribadito il principio che deve prevalere il contenuto dei contratti collettivi nazionali, salvando così il datore di lavoro.

Di tutt’altro avviso la Cassazione.

Con la sentenza n. 27711, gli ermellini, hanno  stabilito principi dirompenti.

Il salario serve per uscire dalla soglia di povertà “ma anche di partecipare ad attività culturali, educative e sociali”.

la retribuzione deve essere sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa e la contrattazione collettiva “non può tradursi in fattore di compressione del giusto livello di salario e di dumping salariale”.

E’ una rivoluzione di giustizia sociale che permetterà ai giudici del lavoro di discostarsi dai CCNL e individuare altri contratti affini o analoghi oppure far prevalere il principio costituzionale di un salario rispettoso dei principi di  proporzionalità e sufficienza.

Il giudice inoltre, potrà fare riferimento a indicatori economici o statistici, come consiglia la direttiva Ue 2022/2041.

Ora, tra i tanti “nemici” di questo governo ci sarà da aggiungere pure la Sezione Lavoro della Cassazione.