(di TOMMASO CERNO – lidentita.it) – Non facciamo gli ipocriti. La strage di Mestre ci colpisce, come è ovvio, ma è un viadotto della morte che ci parla del futuro. Ci interroga, anche se non vogliamo ammetterlo, su quella maledetta parola che ormai è entrata nelle nostre vite: elettrico. Perché si può provare a dissimulare finché si vuole, a ripetere che tutta la nostra attenzione va alle vittime e ai feriti, ma dai primi minuti dopo quella tragedia che sembra la scena di un film la domanda che circola e che spacca in due, come al solito, il paese del giudizio immediato e delle perizie in ritardo è se quel bus elettrico, di ultima generazione, abbia contribuito all’incendio per colpa della sua tecnologia o se sarebbe avvenuta la stessa cosa con il vecchio motore a scoppio.

E il problema è che se la rissa mediatica è già in atto, colpevole anche una frase bislacca del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini che si è cimentato in una capriola fra le colpe del guardrail che ha ceduto, e su cui serviranno perizie tecniche precise, e la voce (“mi dicono”, ha usato queste parole) di un rischio legato alle batterie del motore, anche fra gli esperti si è aperto un dibattito che ha il sapore della politica più che dell’ingegneria meccanica o elettrica. E dai social alla strada, ormai giriamo intorno a questo dubbio: ma davvero questi motori elettrici nascondono pericoli che non immaginiamo?

Il fatto è che la domanda è lecita. Anzi è perfino imperativa, visto che da anni ormai parliamo di una transizione verso l’elettrico che riguarderà gran parte delle tecnologie del nostro quotidiano. Ciò che è strano è che non ce la facessimo prima, ciò che davvero colpisce è che sia servita una strage di quelle dimensioni e con quella precisa dinamica per portare la questione alla luce. E non si tratta solo di sicurezza, si tratta della nostra fideistica tendenza a buttarci nel futuro senza porci interrogativi, surfando sulle onde della politica anziché su quelle del dubbio, della curiosità, della precauzione, che sono i pilastri del metodo scientifico su cui si fonda l’Occidente che tiriamo spesso in ballo a sproposito.
Anche stavolta, proprio come succede con l’allarme immigrazione, è sempre e solo la cronaca che ha la forza di imporci le domande dei nostri tempi.

Eppure la politica dovrebbe essere quella che le anticipa e che ci fa trovare preparati di fronte a ciò che accade, dimostrando di avere già le risposte agli interrogativi che i cittadini si trovano di fronte quando qualcosa di grave accade o qualcosa va storto. Perché dal Covid fino alla guerra in Ucraina, sono state tante le prove per capire che una visione monocolore e lineare non contiene la risposta ai fatti complessi, a ciò che cambia nel profondo le nostre vite, la nostra quotidianità e le nostre aspettative.

Dovremmo avere imparato a farci delle domande. E non esaurire in un no o in un sì ogni questione. Anche se ci fa sentire molto più al sicuro dirci che abbiamo capito tutto e che, se per caso compare un dubbio, c’è sempre qualcuno che ci può rispondere facendoci sentire nella ragione. Perché basta andare a cercare la voce più simile alla nostra, che tanto la troveremo, per essere sicuri che non siamo soli. Anche se ignari di cosa davvero ci stia capitando.