Premier e ministri dell’Unione europea hanno mai visto certi sguardi? Servirebbe un viaggio in Africa per scoprire la realtà oltre gli stereotipi

Negli occhi dei migranti

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Gli occhi dei migranti: Dio mio, li avete mai guardati questi occhi voi premier, ministri degli esteri, commissari europei, funzionari di alto rango? No, non li avete mai guardati perché in questo caso non avreste mai detto le cose che ripetete in questi giorni sulla ennesima apocalisse a Lampedusa. Perché la tenerezza, la pietà sono fatte di rispetto, ma anche di lucidità e di luce. Avete cercato la felicità di vivere in quegli sguardi dove batte una forma di irrequietudine, di fremito, sofferenza e gloria? Avete forse mai cercato di capire? No. L’Africa disorienta. Per questo oso suggerire una modesta proposta. E la rivolgo ai governanti dell’Unione europea tutta e ai loro consiglieri: affinché si cancelli questa incresciosa, imbarazzante, falsa immagine che balza fuori dai discorsi sia degli xenofobi favorevoli al «respingimento» che degli uomini di buona volontà, di sinistra, disposti (con alcuni anguilleschi aggiustamenti, per carità) ad accogliere. Parola comunque dalle molte sfumature.

Propongo dunque un viaggio in Africa che serva a rispondere alla domanda: cosa hanno visto questi occhi, l’Africa è una porta dell’inferno perennemente spalancata o la terra del Buon Selvaggio da aiutare, e poi utilizzare? Mentre semplicemente l’Africa è una porta della Storia. È urgente un viaggio collettivo, un cargo di primi ministri, commissari, capi qui e capi là, una spettacolare contro migrazione di Eccellenze. Disagevole, inabituale per le loro lucidate abitudini. Ma in fondo non hanno sopportato bravamente i brividi della guerresca trasferta a Kiev nel mirino russo?

Sembra di leggere certe lettere persiane del settecento, tempo di Lumi ma in cui cinesi, indiani, orientali venivano inventati, finti e perfetti in modo da poter provvedere, attraverso di loro, alle nostre personalissime faccende. Si parla, si discute, ci si accapiglia e si propongono inferni e paradisi per africani (ma anche afghani, siriani…) finti, stereotipati, immaginari. Ad ascoltare le descrizioni che corrono in tv pare di non essersi sradicati dai tempi di Erodoto, a suo modo un buonista ante litteram, per cui erano uomini che non conoscevano l’infermità dello spirito né la cupidigia né l’ipocrisia, guai che ci angustiano da secoli in questa parte settentrionale del mondo. Oppure maledetti dal vivere in una parte del mondo troppo vicina al sole come intendevano i primi esploratori, sovranisti già in trasferta.

Su un elemento le due parti si incontrano: nell’idea che gli africani per una sorta di antropologica maledizione, di un fato naturalistico e politico, siano condannati per sempre alla condizione di migranti. A ondate più o meno fitte non potranno che muoversi verso Nord, verso il nostro paradiso. La migrazione come fato perenne, come la grandine o il temporale, e non come conseguenza di una contingenza storica che può essere trasformata. Non si è migranti per sempre come ben dimostriamo noi italiani che abbiamo riempito le navi ai tempi grami di Crispi o dell’affamato dopoguerra, ma che oggi migriamo in crociera. L’africano è crocifisso al bambino con la pancia gonfia, l’occhio coperte di mosche, il bersaglio preferito di cavallette e siccità, sventurato per copione e senza scampo che non sia la carità o la fuga. Oppure il mostro dei massacri tribali a cui si è aggiunto anche un tocco di fanatismo islamico, insomma dai Mau mau all’Isis passando per l’internazionale dei golpisti saheliani, renitenti a un tartufesco abbecedario democratico che non sia conseguenza di una nostra imposizione, da ripagare a caro prezzo. Sempre nostra è la scelta di guardare a questo immobile copione con lacrime di pietà o scuotendo la testa per l’indifferenza e la riprovazione. Tra un anno dieci anni mille anni saremo ancora qui a discutere se sia meglio il blocco navale o la redistribuzione e più o meno consenziente, se costi di meno affidarli a ruvidi kapò della quarta sponda o utilizzarli per lavoracci che scartiamo disgustati come nuova schiavitù. In segno di riconoscenza sono invitati a pagare tasse, pensione e a imparare le lingue. Questa immagine è l’ultimo sberleffo (post)coloniale, l’insulto razzista, e un principio comune di ignoranza volontaria. Ai fautori del silenzio, della dissimulazione, della menzogna si oppongono i cinici, coloro che calcolano il massimo profitto da trarre dalle sciagure naturali o indotte nelle terre dei migranti.

Allora, subito, un viaggio di notabili in Africa, intendo alla maniera del viaggio in Congo e in Ciad di Gide, un viaggio come esame di coscienza condotto con la volontà di stabilire se le immagini su cui abbiamo finora speculato non fossero confezionate o preordinate. È permesso raccogliere la sfida della migrazione in piena consapevolezza e poi nei limiti del possibile agire? Sì se si conosce la materia di cui è composto questo fenomeno storico oggi senza scomodare le migrazioni del neolitico o degli ari: gli uomini che la compongono lo alimentano e possono decidere che non è più necessario perché lo hanno reso inutile. Loro, non noi.

Qualche consiglio pratico per non ripetere i grotteschi riti delle trasferte africane di eccellenze varie dal 2011 ad oggi. Lasciare a casa gessati e cravatte, tailleur alla Von der Leyen ma anche il casual alla Obama o alla Macron in versione Tin tin di buona volontà. Inadatti perché c’è da sporcarsi le mani, da affondare i piedi nella sporcizia, da farsi soffocare dalla polvere e dalle mosche e da svenire per i cattivi odori. Preparatevi: la miseria puzza. Questa volta niente Sheraton a cinque stelle e aria condizionata, ambasciate con pittoresco giardino, palazzi presidenziali modello mille e una notte da geometra kitsch. Non imboccheremo l’unica strada asfaltata della capitale con i marciapiedi lustrati affannosamente all’ultima ora. Queste sono le solite scappatoie, i programmi per non andare in nessun luogo. Niente parlamenti plaudenti alla cooperazione, aeropaghi di inutili manutengoli scelti da elezioni democratiche con il piccolo neo di esser truffaldine, nessuna sosta da Ong che virtuosamente mettono in mostra il loro piccolo miracolo che copre la desolazione e il vuoto del resto. Nessuna università affollata di candidati alla disoccupazione e alla migrazione, a meno che non appartengano alla tribù benedetta dal dio della corruzione. Il programma prevede centinaia di chilometri a Nord a Sud a Est a Ovest, ci fermeremo solo alle spiagge di tre oceani, di villaggi senza luce ed acqua, altro che internet, e periferie dove bisognerà predisporre per gli illustri turisti visite omeopatiche perché non resisterebbero forse più di un’ora allo spettacolo del mondo come è.

Questo è il Sud del mondo, signori, marchiato in questi sguardi, dove non è il riscaldamento climatico o la «guerra» detto così, genericamente, come se fosse un dio dispettoso, a render necessario fuggire, ma una gigantesca lotta di classe tra poveri e ricchi, sfruttati e sfruttatori, complici nostri e le loro vittime. Un popolo di vibranti e indomiti rivoluzionari, che non hanno i mezzi pratici per spazzar via i nostri amici presidenti, raiss, guide supreme, Grandi Leopardi, golpisti su ordinazione. Aiutarli a combattere una seconda, violenta, implacabile, liberazione africana, che riconquisti davvero il continente e l’utilizzo delle sue ricchezze, questo dovremmo fare. Rinnegare subito i nostri complici. E quel giorno non ci sarà più migrazione.