
(MARIO TOZZI – lastampa.it) – Sembra proprio che i sapiens non imparino dai propri errori, mentre siamo sicuri che proprio non vogliono tenere conto della grave crisi climatica in cui loro stessi si sono precipitati. La storia è più o meno questa: il Comitato Organizzatore delle Olimpiadi di Torino 2006 rifiutò di spostare a Cortina le gare di bob e costruì a carissimo prezzo una nuova pista (110 milioni di euro), quella di Cesana Torinese in Val di Susa, per tenere tutta la manifestazione nella Regione.
Dopo quasi vent’anni la storia si ripete al contrario: il Comitato Organizzatore di Milano e Cortina 2026 vuole riaprire la gloriosa pista di bob Eugenio Monti, per la quale non si trovano costruttori (le gare vanno deserte) alle cifre, peraltro enormi, proposte (sono in gioco fra i 60 e i 120 milioni di euro, a seconda se si accorpi un parco ludico sportivo oppure no). Il Comitato Civico per Cortina propone di riaprire quella di Cesana, rivelatasi un bagno di sangue (e chiusa nel 2011), con una spesa di dieci milioni di euro, e adottarla per le Olimpiadi di Cortina. A quel punto nel Veneto si terrebbero solo pochissime e poco attrattive gare sportive, ma i tempi stringono e siamo quasi al limite massimo.
La nuova Eugenio Monti non può essere solo “riformata”, deve essere in gran parte demolita e ricostruita, con profluvio di cemento e abbattimento di alberi del bosco di Ronco (gli ambientalisti ne stimano almeno 500) e, anche se gli abitanti considerano la vecchia pista un elemento stabile del paesaggio fino dal 1923, un recente sondaggio indica che la maggioranza ritiene che l’impatto ambientale sia troppo elevato e che si possano tenere altrove le gare di bob. Le gare di slittino e skeleton, oltre a quelle di bob, hanno raggiunto velocità tali che sarebbe impensabile si tenessero oggi su quella vecchia pista: vanno addolcite le curve e “ammorbidito” il percorso per via della sicurezza, operazione che richiederebbe molto più spazio, da cui l’abbattimento di alberi e l’invasione di cemento.
Ora qui non è tanto questione di imparare dai vecchi errori, cosa che non sembra venga facile, quanto di una riflessione globale sui giochi olimpici invernali che, stante la crisi climatica, sembrano avere sempre meno senso e possibilità, a meno che a qualcuno non piaccia scivolare su una esigua lingua di neve artificiale in mezzo al grigio delle rocce e al verde residuo dei boschi. Quest’anno lo zero termico nelle Alpi è rimasto per alcuni giorni ben al di sopra del 5.000 metri, e tutto lascia credere che nel 2026 le cose possano precipitare ulteriormente. Inoltre le infrastrutture costruite, compresi gli impianti di risalita per il diporto invernale, saranno sempre meno utili, specialmente quelli riservati agli sciatori, ma rimarranno lì a ingombrare i paesaggi e a imbruttire le montagne, utilizzati, se va bene, qualche giorno all’anno.
Insomma, non ci sarà tutto quell’indotto che, invece, qualcuno immagina, rifacendosi a modelli ormai obsoleti che, come il caso della pista piemontese in Val di Susa dimostra, non hanno nemmeno funzionato. Non vogliamo renderci conto che la crisi del clima spazza via le nostre certezze anche per quello che riguarda le Olimpiadi o lo svago invernale, e che ormai detta un’agenda che noi possiamo solo illuderci di padroneggiare
Delle crisi climatiche frega niente a nessuno. E’ il business che c’interessa, se non nevica il itaglia andremo a sciare in Austria!
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