Coerenza in patria, pragmatismo fuori: così ha saputo resistere a gaffe e guai giudiziari dei ministri

IMAGOECONOMICA

(FLAVIA PERINA – lastampa.it) – Nel Paese dei cambiamenti usa-e-getta l’Anno Primo della prima premier donna italiana registra un evidente, innegabile successo: Giorgia Meloni ha mantenuto intatto il consenso, tenendosi stretti i suoi elettori e anzi aumentandoli un po’. Hai voglia a dire il vittimismo, le gaffe dei suoi, gli svarioni, le molte promesse elettorali lasciate a mezz’aria, il familismo. Fratelli d’Italia regge i sondaggi in modo tutt’altro che scontato ed è un’impresa notevole (sarà festeggiata con un evento a Perugia, titolo: «L’Italia vincente») che non è riuscita a molti prima di loro. Tanto per fare un paragone: a un anno dalla presa del Palazzo, nel 2019, il M5S di Giuseppe Conte aveva già perso oltre dieci punti nonostante provvedimenti super-popolari come il decreto Dignità, la Spazza-corrotti, il giro di vite contro gli immigrati.

Il principale obiettivo perseguito dalla premier in questi dodici mesi sembra essere stato proprio questo: arrivare alle Europee 2024 senza perdere un voto, se possibile incrementando il bottino. Lo ha fatto con il doppio registro che tutti ormai conoscono: all’interno coerenza, decisionismo, totale «copertura» dei suoi anche nelle circostanze più burrascose, e all’esterno quel pragmatismo super-flessibile che la settimana scorsa le ha consentito di tenere insieme l’abbraccio di Budapest all’antieuropeo Viktor Orban e le strette di mano a Lampedusa con la presidente europea Ursula Von Der Leyen.

La «modalità coerenza» è stata coltivata già con il battesimo dei ministeri e con quei termini – merito, sovranità, natalità – piazzati a politicizzare le vecchie denominazioni della Scuola, dell’Agricoltura e delle Pari Opportunità. Era il 23 ottobre. Una settimana dopo il CdM varava il primo decreto identitario, quello contro i rave party, che nella versione originale puniva i raduni non autorizzati di oltre 50 persone. In teoria avrebbe sanzionato con la galera anche le feste dei boy scout: fu modificato in fretta, inaugurando il format «qui lo dico e qui lo nego» che poi è stato applicato a una lunga serie di provvedimenti: immigrazione, voli low cost, tassa sugli extraprofitti bancari, accordi con i tassisti, caro-benzina, solo per citare gli esempi più famosi di misure draconiane annunciate e poi largamente rimaneggiate.

E poi le grandi feste civili del Paese, occasione importante per il claim «siamo sempre gli stessi». Il 25 aprile, innanzitutto, debutto assoluto per la destra di governo che in passato aveva potuto eludere con tranquillità la data. Finì con un memorabile effetto-confusione, al punto che in Parlamento si votarono due diverse mozioni sulla ricorrenza perché quella di maggioranza non conteneva il termine «antifascismo». Meloni fu costretta a intervenire sul Corriere per ribadire «l’incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo». E tuttavia quella parola – «antifascismo» – non la pronunciò neanche lei, con la convinzione che sarebbe sembrato un atto di sottomissione agli avversari poco consono all’immagine della leader di ferro che voleva darsi.

Il rifiuto di ogni concessione agli «altri» è anche il sottotesto della protezione garantita alle surreali performance di molti neo-ministri, fino ai casi più gravi degli impicci societari di Daniela Santanchè o dell’improvvido uso di materiali riservati nella polemica sull’anarchico Alfredo Cospito. «La premier parli», «la premier intervenga», «la premier imponga dimissioni»: a un certo punto l’opposizione non sembrava capace di dire altro, e più gridava più l’entourage politico e mediatico del melonismo difendeva l’indifendibile, Dante padrino della destra, l’umiliazione necessaria agli studenti, i bambini morti in mare per colpa dei genitori, la sostituzione etnica, le ragazze stuprate che se la cercano, i poveri che mangiano meglio dei ricchi. Nel lungo elenco di catastrofici scivoloni si segnala un solo episodio di abdicazione: quella di Claudio Anastasio, il presidente di 3-I Spa che copiò e incollò in una mail ai dipendenti il discorso tenuto in Parlamento da Mussolini dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. Per il resto la linea «i nostri non si toccano» ha pagato assai bene il melonismo, evitando crisi interne e convincendo gli elettori di avere finalmente a Palazzo Chigi una tosta, che non si fa spaventare dagli gne-gne del politicamente corretto.

Poi, c’è il registro di Meloni oltreconfine, diplomatica accorta, una positiva sorpresa per ogni interlocutore, capace di strappi anche seri con le vecchie posizioni. Quaranta viaggi in dodici mesi, un vero tour de force inaugurato dall’incontro a Bruxelles con la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen. Fin da allora la vecchia Meloni euroscettica, prima firmataria del ddl per cancellare dalla Costituzione il vincolo ai trattati europei, sparì del tutto. Al suo posto arrivò una premier affabile e sorridente con le istituzioni dell’Unione, che pochi mesi dopo avrebbe scelto la bandiera europea (e non il tricolore) come sfondo del suo ritratto formale nella Sala delle Donne di Montecitorio. L’Ucraina e l’America hanno fatto il resto. Qui Meloni ha stroncato senza esitazione le tentazioni filo-russe di parte del suo mondo, l’ammirazione per Putin e i sentimenti antiamericani a lungo coltivati soprattutto dall’area giovanile. La destra è diventata zelenskiana e persino bideniana con l’entusiasmo dei convertiti: vedesi le foto di Meloni alla Casa Bianca mano nella mano col presidente Usa. È stata un po’ l’assicurazione sulla vita del governo, il modo per liberarsi dal peccato originale del trumpismo e rendere la stabilità italiana una pedina da tutelare nel grande gioco degli equilibri internazionali.

Questi i dati salienti dell’Anno Primo della rivoluzione meloniana, che però sono già storia vecchia perché l’Anno Secondo è cominciato ben prima delle scadenze di calendario. La nuova emergenza immigrazione, la manovra povera, i nodi al pettine delle cose che non si faranno si incrociano da giorni con i borbottii identitari del nemico a destra, incarnato dai fan di Matteo Salvini e del generale Roberto Vannacci, e la risposta del melonismo è già stata scodellata. Accerchiamento, poteri forti, assedio, congiura. «Gli attacchi si moltiplicheranno, le trappole e i tentativi di disarcionarci anche» ha detto la premier all’assemblea di FdI anticipando la futura battaglia. Gli elettori sono chiamati a difendere il fortino e vedremo se Meloni riuscirà a ribaltare anche un’altra vecchia regola delle rivoluzioni politiche italiane: quella per cui l’allarme complottista di solito segna l’inizio dei problemi veri, quelli che possono far male.