I quartieri abbandonati a loro stessi vengono alla ribalta quando succede qualcosa di più grave della normale della normale violenza o quando qualcuno ha il coraggio di denunciare

(di Chiara Saraceno – repubblica.it) – Di quartieri come Caivano, abbandonati a se stessi, con servizi scarsi o assenti, perciò spesso preda della criminalità, ce ne sono troppi in Italia. Vengono alla ribalta quando succede qualche cosa di più grave della normale violenza e degrado quotidiani, o semplicemente perché di una violenza si viene a sapere per caso, o qualcuno ha avuto il coraggio di denunciarla. Ed allora, per qualche giorno o settimana c’è un faro acceso che illumina ciò che colpevolmente si era ignorato o lasciato esistere. Come se si trattasse di realtà extra-territoriali i cui abitanti, a partire dai bambini, non hanno, non solo gli stessi doveri, ma innanzitutto gli stessi diritti e dignità degli altri cittadini.

Ma l’attenzione si spegne presto, come è successo proprio a Caivano dopo il clamore suscitato dalla tragica morte della piccola Fortunata, gettata dall’ottavo piano dai suoi aguzzini. Neppure una vicenda così efferata, che aveva gettato luce su una situazione di degrado così grave e diffuso da permettere il sistematico abuso di bambine nell’omertà di chi sapeva, era riuscita a sollecitare una attenzione più sistematica, e un di più di investimento in servizi sociali ed educativi. Così le violenze e gli abusi hanno potuto continuare, nell’omertà diffusa e nella paura di chi si sente alla mercé di chi ha preso il controllo del territorio in assenza delle istituzioni pubbliche.

Non parlo solo dell’assenza delle istituzioni che hanno il compito di garantire la sicurezza e reprimere i violenti, che pure troppo spesso rimangono ai margini di quei territori, limitandosi ad interventi sporadici. Parlo dei presidi che costituiscono l’infrastruttura del vivere civile, che proprio in questi contesti sono più carenti: trasporti, ambulatori medici, assistenti sociali, servizi per l’infanzia, scuola a tempo pieno, parchi gioco e strutture sportive, centri culturali, luoghi di aggregazione in cui sperimentare attività e relazioni alternative allo spaccio, alla violenza agita o subita, alla noia che schiaccia l’immaginazione e il desiderio.

Senza nulla togliere alla responsabilità individuale, è difficile sviluppare il rispetto per la dignità e l’integrità di ciascuno se non lo si è sperimentato per se stessi. Ed il messaggio che chi abita quei luoghi riceve dalla disattenzione e assenza dello Stato, del comune, della società circostante è di negazione della propria dignità, di non meritare attenzione, risorse, cura. Un messaggio che colpisce soprattutto i più piccoli, i bambini, perché più indifesi, ma anche perché ne plasma in modo indelebile la crescita. Non è un caso che l’esercizio della violenza, del controllo sul territorio, prenda spesso anche la forma della violenza sessuale su bambine e adolescenti. Perché la misoginia, il disprezzo per le donne che può portare fino a considerarle oggetti a propria disposizione, è il modo più antico con cui anche il maschio più umiliato e deprivato può sentirsi superiore a qualcuno, in controllo di qualcuno. Non è una giustificazione naturalmente, al contrario. E non sono solo i maschi deprivati e neppure solo quelli violenti ad essere misogini. Ma in contesti fortemente deprivati sia culturalmente sia socialmente, la misoginia violenta può diventare una forma di espressione di sé e riconoscimento di gruppo.

È un problema culturale, certo, ma che va affrontato nelle sue cause strutturali, come ha ben sintetizzato il parroco di Caivano nell’invitare la presidente Meloni a recarsi sul posto. Cause che interpellano in primo luogo la responsabilità pubblica, nelle sue varie articolazioni. Ma chiedono anche una disponibilità ad attivare collaborazioni sistematiche tra istituzioni pubbliche – scuola, sanità, assistenza sociale, forze dell’ordine – e tra queste e la società civile organizzata per avviare in modo sistematico e continuativo un’azione che offra la possibilità di cambiare il proprio contesto agli abitanti che non si rassegnano ad essere considerati scarti e desiderano una vita migliore per i propri figli. La presidente Meloni, nell’accogliere l’invito del parroco, ha parlato di “bonifica”. Non vorrei che, come dopo Cutro, si puntasse esclusivamente sull’azione repressiva. Caivano e gli altri luoghi simili non hanno bisogno solo di più controlli. Hanno bisogno che i loro abitanti siano messi in grado di sentirsi esseri umani e cittadini a pieno titolo, di toccare con mano che l’articolo 3 della Costituzione riguarda anche loro.