Molti calciatori hanno accettato le strabilianti offerte economiche saudite, ma hanno firmato nei loro contratti anche l’impegno a non mostrare il minimo segno della eventuale fede cristiana

(di Gian Antonio Stella – corriere.it) – E se dopo Cristiano Ronaldo qualche giorno fa cominciassero a farsi il segno della croce in diretta televisiva anche il serbo Sergej Milinkovic-Savic e il portoghese Ruben Neves e i brasiliani Neymar e Roberto Firmino e il croato Marcelo Brozovic e il capitano del Liverpool Jordan Henderson, che prima di farsi coprire d’oro dagli sceicchi dell’Al-Ettifaq si era fatto la fama, oggi messa in dubbio dai suoi stessi ex tifosi, di essere un difensore dei diritti civili?

Vivere nell’Arabia Saudita, per chi come Karim Benzema è un francese nato in Francia ma d’origine marocchine, forse (non è sciita) non sarà un problema: «È bello essere in un paese musulmano dove sento già che la gente mi ama. Questo mi permetterà di iniziare una nuova vita. La Mecca poi è vicina ed è importante per un credente come me. Sono al mio posto». Ma per gli altri calciatori che hanno accettato le strabilianti offerte economiche saudite? Hanno firmato nei loro contratti anche l’impegno a non mostrare il minimo segno (una collanina, un anello, una maglietta…) della eventuale fede cristiana per non correre il rischio di finire come il calciatore colombiano Juan Pablo Pino che anni fa fu arrestato con la moglie in un centro commerciale perché dalla T-shirt spuntava un tatuaggio con Gesù?

Come sia il paese salutato da Matteo Renzi come culla di «un nuovo Rinascimento» lo dicono i rapporti di Amnesty International e di tutte le organizzazioni umanitarie, che da anni denunciano come i cristiani, che secondo la stessa Wikipedia sarebbero almeno un milione e mezzo in larga maggioranza immigrati in cerca di un lavoro, sono costretti a vivere la loro fede nella più assoluta clandestinità. Rischiando pene severissime se non addirittura la morte per ogni più piccola violazione delle regole che vietano ogni forma di manifestazione della propria religione. A Cristiano Ronaldo, per ora, è andata bene. Ma agli altri meno famosi e automaticamente meno protetti dalla loro popolarità calcistica? Certo, i timori potrebbero addirittura essere ribaltati in positivo. Se tutti avessero il coraggio di farsi il segno della croce davanti a milioni di spettatori sauditi rivendicando la stessa libertà (non quella religiosa: la libertà tout court) che tutti i calciatori islamici hanno di chinarsi verso la Mecca per ringraziare Allah dopo un goal…