In assenza di politiche adeguate, il processo di innovazione può portare la crescita delle diseguaglianze

(di Pasquale Tridico – repubblica.it) – Nell’ultimo decennio, la tecnologia informatica si è sviluppata a un ritmo senza precedenti, ed è in corso una trasformazione digitale nei processi produttivi che si basa su una produzione intelligente, sempre più automatizzata, con l’utilizzo diffuso di internet e l’applicazione intensificata di tecnologie basate su informazioni in rete in tutto l’ambiente produttivo e nella catena di approvvigionamento per controllare la fabbrica da remoto.
In alcuni casi si può pensare a “fabbriche senza luci”: se non è necessario che gli esseri umani lavorino nelle fabbriche, non sono necessarie neanche le luci. Il Covid ha anche accelerato questo processo.
Questi sviluppi possono indubbiamente portare opportunità di crescita e maggiore prosperità, ma, almeno nel breve termine, possono anche generare conseguenze negative per alcune categorie di lavoratori, e l’aumento delle diseguaglianze.
Sono questi i temi che l’Ilo (l’Agenzia del Lavoro delle Nazioni Unite) e altre istituzioni e università stanno ponendo all’attenzione dei governi di tutto il mondo.
A causa della mancanza di investimenti complementari, sembra che la rivoluzione tecnologica in corso non abbia ancora influenzato tutti i settori e i Paesi in modo uniforme.
In assenza di adeguate politiche, questo veloce processo di innovazione può portare fenomeni di polarizzazione occupazionale e salariale e crescita delle diseguaglianze.
Allo stesso tempo, un rallentamento di questo processo rischia di far arretrare un Paese nel processo di modernizzazione rispetto ad altri.
I governi più lungimiranti, nel Nord Europa, nel Nord America e in alcuni Paesi dell’Asia (come la Cina), stanno attuando una combinazione di politiche volte, da un lato, a favorire il processo di adattamento all’Industria digitale, anche con interventi diretti dello Stato nell’economia, dall’altro, a sostenere coloro che potrebbero essere penalizzati da tali sviluppi.
Non è più la ricerca della flessibilità del lavoro la chiave per la crescita dell’occupazione, ma l’investimento nelle competenze dei lavoratori.
Queste politiche spingono le imprese verso investimenti in capitale umano come leva fondamentale per la competitività e per proteggere i lavoratori poco qualificati.
Il dibattito attuale in Europa sul salario minimo e sulla riduzione dell’orario di lavoro va anche nella giusta direzione.
Sulla base di queste considerazioni, le politiche da realizzare dovrebbero andare in tre direzioni:
1. politiche industriali volte ad adattare i sistemi produttivi alle innovazioni dell’Industria digitale, compresa la riduzione dell’orario di lavoro, e l’aggiornamento delle competenze;
2. sostegno per i cosiddetti “perdenti” della rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e un salario minimo per chi è dentro al mercato del lavoro;
3. maggiore e più efficace tassazione per le società di capitali, e ridistribuzione a favore delle sezioni più svantaggiate della popolazione con la previsione di un reddito minimo.
In ogni caso, per quanto riguarda le politiche industriali, è in corso un dibattito sulla natura di queste politiche.
Alcuni autori ritengono che le politiche industriali dovrebbero consistere solo in incentivi, mentre altri sostengono che lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo attivo come investitore.
Invece, c’è un consenso quasi unanime sul fatto che le politiche industriali debbano avere l’obiettivo di accompagnare le economie lungo il percorso della “transizione verde”, che ora è inevitabile.
Allo stesso modo, il consenso tra gli esperti abbraccia il salario minimo, soprattutto dopo che il David Card, che sul salario minimo ha fatto scuola, ha preso il Nobel nel 2021.
Il sostegno per i lavoratori in difficoltà dovrebbe assumere la forma di un sostegno finanziario per i disoccupati e di formazione per coloro le cui competenze sono rese obsolete dagli sviluppi tecnologici.
Una maggiore tassazione dei redditi più alti e per le società di capitali — coordinata tra i vari Paesi per evitare fenomeni di concorrenza fiscale — avrebbe l’obiettivo di sostenere le politiche sopra menzionate e promuovere una redistribuzione che, nei Paesi caratterizzati da regimi la cui ripresa è guidata dall’aumento dei salari, porterebbe a una crescita dell’economia.
“…di formazione per coloro le cui competenze sono rese obsolete dagli sviluppi tecnologici”.
Un mio amico meccanico mi raccontava pochi giorni fà che ha intenzione di chiudere la sua officina a Milano. La motivazione, ammetteva, era che ormai non ci sono più sufficienti auto vecchie, quelle che lui poteva riparare, a cui cambiare l’olio, il filtro e le gomme, attività che gli ha consentito di guadagnare bene per 40 anni.
Oggi le automobili sono costruite per essere riparate solo in centri specializzati, dotati di tecnologie e strumenti evoluti, così che nella maggior parte dei casi anche il guadagno post-vendita è appannaggio degli stessi costruttori.
Vorrei far notare che il sistema non prevede che le automobili non si guastino, non abbiano problemi di obsolescenza o altro ma solamente una concentrazione della ricchezza in favore ai soliti noti.
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