Lo strumento antico della petizione rinasce in forma digitale, come stiamo vivendo con il tema del salario minimo. Era stato superato dall’intermediazione democratica, dal ruolo di partiti, sindacati, associazioni civili. Ma ora il suo ritorno offre la possibilità di unire i cittadini dissociati

(NADIA URBINATI – editorialedomani.it) – Come avevano promesso all’uscita dall’incontro a palazzo Chigi con la premier e il suo governo, le opposizioni hanno lanciato una petizione a sostegno della proposta di legge sul salario minimo. Immediata la risposta dei cittadini, che hanno preso d’assalto il sito salariominimosubito.it tanto da mandarlo in tilt per qualche ora. Che cosa è la petizione e perché può essere molto importante?
UNO STRUMENTO ANTICO
La petizione è uno strumento antico, riattivato da pochi anni grazie ai nuovi mezzi di comunicazione. È nata prima della democrazia, per riparare un’ingiustizia subita. Uno dei primi esempi proviene dalla Repubblica di Venezia dove circa alla metà del tredicesimo secolo, un tribunale riconobbe i diritti dei creditori nei confronti dei debitori insolventi.
Le petizioni hanno avuto lo scopo non di mettere in discussione un sistema di potere ma di rendere giustizia. Furono numerosissime nelle colonie britanniche del nord America e in quelle spagnole del centro e sud del nuovo continente.
La petizione portava con se due ingredienti fondamentali per la democrazia a venire: in primo luogo, esaltava il momento della voce chiedendo che una rivendicazione venisse “ascoltata” da chi deteneva il potere e dall’opinione pubblica (ha creato di fatto un pubblico); in secondo luogo, creava un’opposizione, tanto che si potrebbe dire che l’idea di un’opposizione legittima sia storicamente nata con la petizione.
La contestazione aperta, piuttosto che il risentimento segreto, è intrinsecamente democratica e suggerisce la possibilità di un progetto consapevole di autogoverno.
Quindi, nonostante non metta in discussione il sistema, la petizione mette in moto un processo di rivendicazione – o di rappresentazione nel senso più ampio del “dare voce” – che definisce alcune persone in contrasto con altre. I firmatari sono unificati attraverso la loro petizione, in opposizione a coloro da cui si attendono una risposta concreta.
Ecco la peculiarità della petizione: nasce con una richiesta specifica e crea un soggetto collettivo. Diventa una sfida a chi governa; una dimostrazione di forza democratica che sta nell’unione dei firmatari (il numero di firme).
MEDIAZIONE NUOVA
La nascita e il consolidamento della democrazia dei partiti hanno fatto deperire questo strumento: i partiti, i sindacati, le associazioni civili hanno preso il posto delle petizioni. Il ritorno della petizione mette quindi in luce un deficit nelle democrazie rappresentative, senza dubbio la debolezza dei corpi politici intermedi, che non sanno tenere insieme società e istituzioni attraverso un progetto politico di governo e quindi un’idea di giustizia che leghi le varie rivendicazioni.
In fondo, anche chi onestamente critica la proposta del salario minimo perché sposta nella legge quel che dovrebbe restare nella contesa sociale e politica presume quel che non c’è più: un lavoro organizzato e dei corpi intermedi rappresentativi e forti. Il ritorno all’uso della petizione può significare che, nella democrazia disintermediata dell’audience, l’antica strategia della petizione potrebbe consentire di creare mediazione ovvero unire cittadini dissociati.
Certo, unisce intorno a un tema singolo (one issue) tuttavia offre ai partiti un’evidente opportunità: prima di tutto perché misura la quantità delle opinioni e in secondo luogo perché mostra che esiste una volontà associativa, al di là della specifica petizione. Come in passato così nel presente: la petizione può essere un inizio.
OGNI FINE PRELUDE A UN INIZIO- Viviana Vivarelli
Ulrich Beck nella premessa del suo ultimo libro “Potere e contropotere nell’età globale, scrive:
«Il successo della destra in Europa è la reazione all’assenza di qualsiasi prospettiva in un mondo le cui frontiere e i cui fondamenti sono venuti meno…
Noi europei fingiamo che esistano ancora la Germania, l’Italia, i Paesi Bassi, il Portogallo, ecc. Invece non ci sono più da un pezzo, poiché quelle riserve di potere che sono gli Stati nazionali chiusi in sé stessi e le Nazioni distinte una dall’altra sono diventate irreali. … Non ci sono più le frontiere, le competenze e gli spazi di esperienza esclusivi si cui si fondava il mondo degli Stati nazionali… Nello spazio di potere dai contorni ancora indefiniti la distinzione tra nazionale e internazionale, su cui si era basata la nostra visione del mondo, è cancellata. Se ciò che è nazionale non è più nazionale, allora il realismo politico prigioniero dell’ottica nazionale, è sbagliato… Come può il mondo della politica organizzata per Stati aprirsi alle sfide dell’economia mondiale?… Lo Stato nazionale non è più il creatore di un quadro di riferimento che include in sé tutti gli altri quadri di riferimento e che rende possibili le risposte politiche».
In effetti, già da tempo era chiara l’impossibilità di una politica statale a governare fenomeni non più di competenza degli Stati. Gli Stati ormai hanno perso la loro indipendenza, così come noi la nostra libertà. Non solo: l’Europa stessa non ha mai realizzato la propria indipendenza, serva com’è degli Stati uniti, che a loro volta sono eterodiretti dalle multinazionali più potenti, soprattutto quelle delle armi, dei farmaci, della chimica, del petrolio, delle comunicazioni…
Ci hanno colonizzato non solo i beni pubblici e i diritti ma anche l’immaginario. E’ stata la loro maggiore furbata. Sentire i discorsi della gente comune fa rabbrividire per la pochezza, le distorsioni, il plagio, che hanno bollito i cervelli, impedendone il funzionamento. Non c’è maggior dittatura di quella che deforma la testa della gente così che proprio il popolino stesso richiede quello che lo dissanguerà.
La scritrice pacifisa e ambientalista indiana Arundhati Roy dice: “La globalizzazione è la forma imbellettata del colonialismo”!
Oggi la maggiore colonizzazione è quella dei cervelli e basta ascoltare un qualunque piccolo cittadino per entrare nello sconforto.
Occorre decolonizzarsi, liberarsi dai condizionamenti imposti dai media che ci stanno distruggendo mentalmente e questo dovrebbe essere il compito dei giornalisti migliori, degli intellettuali, degli insegnanti, dei maestri di vita, ma nel deserto ideale e mentale che ci circonda, non può che diventare il nostro compito personale. Decolonizzare il nostro cervello per aiutare quello degli altri.
E’ chiaro, però, che chiunque tenta questo, sia pure su un social o su un blog, non può che essere combattuto come il peggior nemico del sistema.
Gianroberto Casaleggio voleva fare questo usando come strumento proprio lo stesso strumento principale del plagio mentale usato dal capitalismo: il web. Sia per la sua professione che per le sue capacità profetiche, aveva capito benissimo che l’era a venire era quella del digitale, di internet, dei telefonini e delle chat, e che proprio attraverso questo si poteva rieducare una nuova generazione a un nuovo tipo di socialità che aiutasse l’autoliberazione, spingendo gli uomini ad associarsi liberamente non per obbligo o interesse ma per somiglianze, diventando creatori di sé stessi. Quando anticaglie come Alain Elkann mostrano tutto il loro disprezzo per i giovani e l’era dei telefonini, non capiscono o fingono di non capire che la tecnologia ha creato un nuovo modo di unione umana che non fa circolare solo le mode ma anche le idee e può essere iniziatore di un nuovo modo di vivere la politica in senso creativo, dal basso, col contatto fecondo di più menti, col pensiero collettivo. Il web può permettere un tipo di globalizzazione delle idee e dei valori a livello universale come la globalizzazione economica capitalista non poteva prevedere. I giovani non leggono i giornali, non guardano la televisione, chattano sugli smartphone, mentre i meno giovani si confrontano sui social. Quello che il vecchio Elkann o Veneziani fingono di non vedere è che i loro media embedded non hanno presa alcuna sulle nuove generazioni che hanno trovato nuovi modi di comunicare tra loro che potrebbero, davvero, cambiare il mondo.
Per questo il primo Movimento 5 stelle ha destato tanta paura, perché intuiva la possibilità di dare alla gente la valutazione e la scelta soggettiva e non più manipolata, che significa libertà.
Per questo il sistema riunito, da dx a sx, ha combattuto sin dalla nascita il nuovo Movimento, perché esso negava la colonizzazione dei cervelli e ostacolava il ritorno a una specie di feudalesimo del potere per caste, struttura verticistica dove la massa è equiparata ai servi della gleba, un proletariato anche mentale, da dissangiare a piacere nella morte dei diritti civili.
L’unica istituzione, anch’essa globale, che avrebbe potuto governare l’avanzata della “globalizzazione capitalista” poteva essere l’ONU, che però è stata volutamente, scientificamente, diabolicamente depotenziata dalle politiche forcaiole e neoimperialiste di Reagan, Bush e successori, con il plauso servile dei nostri politicanti.
Con la globalizzazione capitalista, ogni idea di democrazia è morta. E’ morto il popolo come soggetto autore della propria storia. E la colonizzazione dei cervelli ha reso sterili le votazioni e svuotato i referendum. La massa è tornata ad essere massa inerte, ininfluente, schiava, così disfattista da aver rinunciato ad agire storicamente.
Ma io sono ottimista, perché se non si è ottimisti ci si fa fuori da soli.
E noto tre fatti:
– Primo: i giovani sfuggono al sistema. Quell’anarchia e quell’anticonformismo che per gente come Elkann o Veneziani è segno di cattivo gusto, è in realtà l’eterna reazione che i giovani di tutti i tempi hanno contrapposto al sistema. Se non si fanno intruppare, sono una speranza di libertà. Sono gli stessi giovani che puliscono i greti dei fiumi, che spalano il fango delle alluvioni, che lottano per l’ambiente, che rifiutano la guerra. Ci sono sempre stati, ci saranno sempre e da loro qualcosa verrà.
– Secondo: quello che noi chiamiamo Occidente è solo una piccola parte del pianeta globale. Non esiste solo il capitalismo anglosassone, non ci sono solo gli Stati uniti con la loro colonizzazione militare, economica e culturale. Ci sono altri continenti e altre società: la Cina, l’India, l’Africa, l’America del Sud… ma anche il Giappone, l’Australia, la Polinesia, i Paesi baltici…altre concezioni di vita, altre culture, altre forze che possono contrapporsi alla politica perversa americana. I nostri media parlano continuamente degli Stati uniti e dell’Europa, ma il cosiddetto Occidente è solo una piccola parte del mondo, non solo, è in costante calo di popolazione.
– America del Nord più Europa fanno 514+710 = 1.224 milioni di persone. Ma l’Asia ne ha 3 miliardi e 8, più del 60% della popolazione mondiale, la Cina 1 miliardo e mezzo, l’India è di poco inferiore, l’Africa 840 milioni contro i 710 milioni di Europei e i 300 milioni di Americani. Anche questo vuol dire qualcosa. Vuol dire, per esempio, che la guerra economica che l’Occidente vuol sferrare alla Russia, prendendo come pretesto l’Ucraina, si svuota di senso quando il resto del pianeta aiuta la Russia o sta dalla parte della Cina. I giochi politici cambiano.
– Il terzo punto, in cui spero, è che la storia procede a onde. Ci sono punti di minima in cui sembra che si oltrepassi il fondo del pozzo: la scomparsa di grandi civiltà, la crisi dell’impero romano, il crollo dell’impero mongolo, la fine del Commonwealth, il Medioevo, la caduta della monarchia francese, la crisi degli zar, la caduta dell’impero mongolo, il crollo del Terzo Reich…poi la storia riprende, si rialza, propone al mondo soluzioni diverse e migliori, sposta la focalizzazione altrove. Accade lo stesso nella vita dei popoli, come in quella degli individui. Non c’è periodo depressivo che non possa essere seguito da una rinascita.
Per questo io prego e spero.
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Dal sogno di Casalecchio al fare concorrenza alla Caritas.
Sic transit…
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Aeee andate avanti a petizioni…bisogna che il popolo faccia uno sciopero per un mese con le braccia conserte poi vediamo cosa farà lo “stato”
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Le petizioni fanno la medesima fine di quella organizzata a Bologna dalla ” sinistra” in occasione dell’ennesimo aumento dei contributi alle scuole private deciso dalla Giunta di ,” sinistra”.
La petizione ha raccolto moltissime adesioni e la maggioranza si è espressa per uno stop ai finanziamenti.
Il Sindaco piddino ha pubblicamente dichiarato che del parere dei cittadini non poteva fregargliene di meno.☹️
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