Nel primo verbale di interrogatorio, adesso depositato, ha sfidato i magistrati dicendo di non essere un mafioso e di non sapere nulla di stragi. Il boss arrestato il 16 gennaio dal Ros resta un irriducibile: “Non mi pentirò mai”. E detesta l’antimafia: “Non volevo offendere Falcone col vocale inviato a una mia amica, ma non si può bloccare il traffico con le commemorazioni”

(di Salvo Palazzolo – repubblica.it) – Gli insospettabili complici sono stati sempre la sua forza. E, adesso, sono il suo segreto più prezioso. Matteo Messina Denaro non ha alcuna intenzione di collaborare con i magistrati di Palermo che sono andati già a interrogarlo due volte. Il 13 febbraio, ha negato di essere un mafioso, di essere responsabile di stragi e omicidi. Ed è andato anche oltre, difendendo i complici già arrestati dopo il suo arresto, e quelli non ancora identificati: «Il mafioso riservato è tipo un altro argomento di legge se vogliamo dire farlocco – ha sostenuto nell’interrogatorio – come il concorso esterno». Lo strumento di legge voluto da Giovanni Falcone per colpire gli insospettabili complici non piace ai mafiosi. In realtà, non piace neanche al ministro della Giustizia Carlo Nordio, che nei giorni scorsi si è lanciato in alcune improvvide dichiarazioni, scatenando le reazioni dei parenti delle vittime delle stragi, tanto da costringere la presidente del consiglio Giorgia Meloni a una precisazione: «Una rimodulazione del concorso esterno non è prevista nel programma di governo».
Il boss invece insiste, quel reato non gli piace proprio. E continua a sfidare i magistrati, che gli muovono una contestazione dietro l’altra. Un mese dopo la cattura, il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e l’aggiunto Paolo Guido, i protagonisti dell’indagine che ha portato alla cattura, lo accusano anche di porto abusivo di una pistola ritrovata nel suo covo di Campobello e di false dichiarazioni.
La pistola
Quando gli chiedono se vuole avvalersi della facoltà di non rispondere, precisa: «Ci saranno delle cose a cui non rispondo, e cose a cui rispondo. Nell’uno e nell’altro caso, spiegherò il motivo». Eccolo, il boss esperto a districarsi con le parole. Quelle degli ordini, dei pizzini, e degli affari. Adesso, quelle della sua difesa davanti all’evidenza di condanne all’ergastolo e di prove. «Procuratore, ci dobbiamo relazionare in un modo o nell’altro», sussurra. I mafiosi non oppongono più il silenzio, ma provano a imporre la loro verità in modo subdolo.
Gli chiedono da quanto tempo abbia la pistola. Dice: «Da tanto tempo, perché mi piaceva, era un modello piccolo. Voi non potete risalire a niente, perché la punzonatura è fatta così bene che non si vede niente». L’ennesima sfida. Davanti alle domande pressanti del pm, ammette solo: «Me l’hanno portata dall’estero, dal Belgio». Ma non vuole aggiungere altro. «No, non rispondo, non ha senso». I pm gli chiedono ancora quando. Risponde: «Venti anni fa, 18, non lo posso quantificare». E aggiunge: «Non lo posso quantificare perché la mia vita non è stata sedentaria, è stata una vita molto avventurosa, molto movimentata, cioè per me comprarmi una pistola non è che era significativamente importante segnarmi la data». In un modo o nell’altro continua a vantarsi.
Le stragi
Ma bastano poche domande per smentirlo. Il procuratore de Lucia gli chiede: «Conosce Cosa nostra?». Risponde: «Dai giornali, certo». Il magistrato insiste: «Dai giornali la conosce?». Risposta: «Sì».
«E lei non ha mai avuto a che fare con Cosa nostra?».
«Non lo so, magari ci facevo qualche affare e non sapevo che era Cosa nostra». Prova sempre a sfuggire alle risposte. «Reati ne ha mai commessi lei?», gli chiedono ancora. «No – dice – di quelli che mi accusano no».
«No nessuno – replica de Lucia – quindi stragi, omicidi, lei non c’entra niente?». Risposta di Messina Denaro: «No, nella maniera più assoluta. Poi, mi possono accusare di qualsiasi cosa, io che ci posso fare alla fin fine, no?».
Ecco come parla un mafioso irriducibile. Quando il procuratore chiede: «Quindi, a parte questa detenzione della pistola, lei si reputa innocente? Ho compreso bene?». Dice: «No, no, non voglio dire questo, sarebbe assurdo».
«E allora?».
«Io ho detto la mia… In tutti i processi di reati con c’è mai stato riscontro oggettivo». Il procuratore chiosa: «Questa è una opinione». Il boss dice: «No».
Insomma, nega l’evidenza. Nega di avere commesso omicidi, traffici di stupefacenti (“Vivevo bene di mio”), estorsioni (“Non ne faccio di queste cose”). Risponde sempre “no”. Nega pure l’evidenza delle evidenze, sostiene di avere conosciuto in Tv Bernardo Provenzano, quando la polizia ha trovato le sue lettere nel 2006. «Dicevo nel senso che non l’ho conosciuto visivamente», precisa. E perché gli scriveva? Dice: «Perché quando si fa un certo tipo di vita, poi arrivati a un dato momento ci dobbiamo incontrare, perché io latitante accusato di mafia, lui latitante accusato di mafia, dove si va?… Io chiedevo favori a lui, e lui chiedeva favori a me».
«Ecco – lo incalzano i pm – tra i favori che lei chiedeva a lui c’erano importanti affari». Risponde: «Omicidi non ce n’erano, questo è sicuro». Cerca sempre di sviare dalla domanda.
«Omicidi non ce n’erano, però questioni di soldi ce n’erano tante», lo incalzano ancora. Ma continua a sfuggire: sostiene che parlava con Provenzano non in quanto mafioso, ma in quanto latitante. E non discutevano di affari: «Cercavo di fare riavere dei soldi ad un paesano mio, Giuseppe Grigoli, che glieli avevano rubati». Ed ecco la sua tesi che torna per negare anche l’evidenza: «Veda, su di me è da 30 anni che travisano, sempre volutamente». Dice anche: «Io le posso rispondere con le mie verità». Ma continua a mandare sfide: «Allora, ascolti, non voglio essere, non voglio fare né il superuomo e nemmeno l’arrogante: voi mi avete preso per la malattia, senza la malattia non mi prendevate». Il procuratore de Lucia lo riprende: «Ma intanto l’abbiamo presa».
La latitanza
Il giorno del primo interrogatorio, ha voluto spiegare: «Voi avete una tecnologia inimmaginabile… E io come dovevo difendermi? Fu così che iniziai a vivere da caverna, perché la tecnologia con la caverna non si potranno mai incontrare». Matteo Messina Denaro sostiene di essere rimasto latitante così a lungo perché non utilizzava cellulari: «Io telefonini non ne avevo, perché sapevo che, non appena nasceva un telefonino, non appena mi mettevo con la modernità, andavo a sbattere in un 3 per 2». E ha precisato: «Anche perché la nostra generazione non è che aveva il telefonino da giovane, quindi sapevamo come vivere anche senza». Eppure il giorno dell’arresto di cellulari in borsa ne aveva ben due. «Una necessità», ha spiegato. Perché la clinica Maddalena e altre strutture sanitarie che si era ritrovato a frequentare chiedevano tutte un numero di cellulare. Per le prenotazioni e per eventuali comunicazioni. Questo sostiene lui, ma è chiaro che è quello che vorrebbe farci credere. E poi la precisazione: «Io, durante la latitanza, non ho mai avuto rapporti con appartenenti alle istituzioni, completamente». Per allontanare l’idea che abbia beneficiato della complicità di insospettabili talpe. Per sostenerlo ha scomodato pure un antico proverbio ebraico: «Quando scoprii questo tumore e quindi mi restava poco da… però volevo andarmi a curare, dissi: ‘Vediamo’. E mi sono messo a pensare, ho seguito un vecchio adagio, un proverbio ebraico che dice: “Se vuoi nascondere un albero, piantalo nella foresta”. E l’ho seguito per davvero. Anche perché dicevo: “Ora che ho la malattia, non posso stare più fuori e debbo ritornare”. Qua mi gestivo meglio, nel mio ambiente». Così ha raccontato: «Non potevo fare alla Provenzano, dentro una casupola in campagna, con la ricotta e la cicoria, con tutto il rispetto per la ricotta e la cicoria, ma io devo uscire, dovevo mettermi in mezzo». A Campobello andava anche al ristorante e andava a giocare ai videopoker.
Il vocale contro Falcone
Infine, il boss non si rassegna. E si lancia pure in una interpretazione dei suoi vocali. Uno in particolare, quello del 23 maggio: «Io sono qua, bloccato — diceva — per le commemorazioni di sta minchia». Ora dice: «Io non è che volevo offendere Falcone… io non sono credente, non ateo, sono agnostico, ma non bestemmio. Il punto qual è: che io ce l’avevo con quella metodologia di commemorazione. Allora se invece del giudice Falcone fosse stato Garibaldi, la mia reazione sempre quella sarebbe stata, perché non si possono permettere di bloccare un’autostrada per decine di chilometri: così vi fate odiare dalla gente». Parole chiarissime: i mafiosi detestano che si ricordino le vittime della mafia.
È oramai chiaro a tutti che il ” dead man walking”:voleva a fine vita solo farsi curare e mantenere le sue costose cure a nostre spese. “na bella soddisfazione “
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Di mmd non mi importa niente . Vorrei solo sapere chi manovrava il pupazzo
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