Vedremo se il pur limitato accordo con la Tunisia di Saied e la liberazione di Zaki in Egitto potranno aprirci nuovi orizzonti. Una sana bonaccia resta il nostro scopo strategico

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – L’Italia sta bene quando il Mediterraneo è piatto e tranquillo. Soffre quando si agita. Stiamo soffrendo. Non da oggi, ma da quando negli ultimi trent’anni prima il fronte adriatico-balcanico, sconvolto dalle guerre di successione jugoslava, poi quello nordafricano, agitato dalle fallite “primavere arabe” e dalla disintegrazione della Libia, hanno messo in crisi gli equilibri stabiliti dalla nostra Prima Repubblica con i locali dittatori, specie africani (Tito essendo un caso a parte).

Equilibri che vertevano sul controllo da parte dei nostri referenti d’oltre Canale di Sicilia, in specie Gheddafi e Ben Ali — da noi installato a Tunisi via colpo di Stato — dei flussi migratori in cambio di aiuti sempre rinegoziati, spesso disattesi. Insomma, ci affidavamo ai “nostri figli di puttana” per mimare l’espressione di Roosevelt riferita al dittatore del Nicaragua, Anastasio Somoza, utile a gestire un’area strategica tra Caraibi e Pacifico.

Di qui la nostalgia sempre meno nascosta per quei regimi che pure abbiamo contribuito ad abbattere. Solo due Stati-caserma sono rimasti intonsi, dopo la crisi del 2010-11: l’Algeria, riabilitata quale massimo fornitore gasiero dopo la nostra rottura con la Russia, e l’Egitto. Qui comandava l’esercito, via Mubarak. E oggi i militari continuano a decidere tutto, con al Sisi. Da un generale all’altro. Abituati al bastone più che alle carote, anche perché ne hanno poche.

All’incrocio tra Mediterraneo orientale e Mediterraneo centrale spicca il colosso egiziano, con i suoi 110 milioni di abitanti. Per Roma è sempre stato la pietra angolare della regione. Prima il caso Regeni, poi quello di Zaki hanno gelato i nostri rapporti col Cairo, comunque declinanti.

La liberazione dello studente egiziano iscritto all’Università di Bologna può significare due cose: o un atto meramente umanitario — e sarebbe comunque molto, perché era in gioco la vita di un giovane innocente — o il primo passo per la rivisitazione delle relazioni fra Italia ed Egitto. Con quel che può comportare sotto il profilo energetico e di sicurezza. Lo vedremo nei prossimi mesi soprattutto da come evolverà la vicenda Regeni, sempre che Meloni e al Sisi trovino il modo di comporre decentemente le conseguenze di quell’assassinio senza perdere la faccia.

Il problema strategico è che il combinato disposto del relativo disimpegno degli Stati Uniti dal Mediterraneo e della fragilità dei regimi locali — alternanza fra autocrazie militari e caos di milizie e tribù nel vuoto delle istituzioni — ha favorito la penetrazione di tre potenze disinibite.

La Cina, con le sue suasive armi economiche vestite di seta; la Russia, impegnata ad aggirare la Nato da sud per farsi ancora prendere sul serio dagli americani, sua massima aspirazione; e la Turchia, socio atlantico ma di fatto battitore libero, specialista nell’usare risorse altrui per fini propri. E nel distribuire risorse proprie per obiettivi strettamente nazionali, inquadrati in una strategia non venata di falsa modestia.

Risultato: nel nostro estero vicino la scelta è fra regimi più o meno autoritari e puro caos. Questo rende abbastanza accademico il dibattito nostrano sul fare o non fare politica con Stati non assimilabili agli standard occidentali. Semplicemente, di regimi liberaldemocratici non ce ne sono e probabilmente non ve ne saranno nel tempo visibile.

Quindi l’alternativa è fare o non fare politica. Uno Stato serio non avrebbe dubbi, visto che il suo mestiere è per definizione difendere politicamente e in casi estremi militarmente gli interessi dei suoi cittadini. Noi, Paese a serietà limitata, abbiamo spesso dato l’impressione di optare per l’astensione. Nella tradizione della “politica delle mani nette” coronata a fine Ottocento con lo “schiaffo di Tunisi”, ovvero il protettorato francese sul nostro dirimpettaio africano.

Vedremo se il pur limitato accordo con la Tunisia di Saied e il gesto di al Sisi, per cui il nostro governo ha lavorato con successo, potranno aprirci nuovi orizzonti. Una sana bonaccia mediterranea resta il nostro scopo strategico. Obiettivo ambizioso, da avvicinare con pazienza. Sporcandosi le mani.