A 94 anni si è spento lo scrittore de “L’insostenibile leggerezza…”. Se il carattere di un uomo è il suo destino, Milan Kundera, morto ieri a Parigi a 94 anni, aveva inciso nel suo destino […]

(DI DANIELA RANIERI – ilfattoquotidiano.it) – Se il carattere di un uomo è il suo destino, Milan Kundera, morto ieri a Parigi a 94 anni, aveva inciso nel suo destino il misto di sparizione, disperazione e ironia di cui erano intrisi il suo carattere e la sua opera.
Inafferrabile, invisibile, mancante (la miglior difesa è l’assenza) o meglio ancora altrove: dal 1984, in conseguenza della “overdose di successo” de L’insostenibile leggerezza dell’essere, lo scrittore di origine cecoslovacca ha militato nella diserzione, sottraendo sé stesso alla giostra di conferenze e interviste sulla sua persona, anteponendo al fondale che chiamiamo “io” la sovranità luminosa della sua opera. “Solo persone totalmente incoscienti possono oggi acconsentire a trascinarsi dietro i rumorosi barattoli della celebrità”, scrive ne La lentezza, del 1995. E in effetti è diventato un fantasma, senza che ciò sia stato annunciato o venduto come un vezzo divistico. La sua è stata una lenta erosione di sé dal mondo, ma un’erosione, per così dire, piena di humour.
La trama, nei romanzi di Kundera, sono i personaggi, con tutto il grumo delle loro identità in bilico, sfarfallanti, come su un canale non perfettamente settato; ed essendo l’amore l’incontro tra non-identità che collidono, una specie di radiazione nucleare dell’illusione d’identità, questa onda è al centro dei suoi libri quale trionfo della maschera, malinteso eterno, teatro primitivo del doppio. Come tutte le illusioni, l’amore è in Kundera insieme patetico e irresponsabile, funesto e poco serio; anzi, è “il connubio del non serio e del terribile”. In ciò, nel suo essere insieme dogmatico e folle, esso somiglia all’ideologia; e come nella vita si affastellano fraintendimenti amorosi che diventano epoche, nella Storia si accumulano catastrofi. Di alcune Kundera è stato testimone o protagonista: l’invasione nazista della Cecoslovacchia (aveva 9 anni), il colpo di Stato del 1948, i carrarmati russi nel 1968, l’espulsione dal partito comunista per il suo sostegno alla Primavera di Praga, la vita da esule a Parigi con la moglie Vera.
L’arte del romanzo era l’unica a cui poteva consacrarsi un’anima integralmente libera come quella di Kundera, essendo per lui ogni assolutismo l’inferno del falso: lo humour, “lampo divino che rivela tutta l’ambiguità morale del mondo”, grande invenzione dello spirito moderno che nel romanzo trova la sua forma più compiuta (come teorizzato ne I testamenti traditi), è il geroglifico che lascia sulla Terra. Il romanzo è la sua Patria, la terra dove riposano le ossa di Kafka, Cervantes, Diderot, Sterne.
Ma come fanno a coesistere l’arte e lo humour, l’amore e la leggerezza? “Non ha mai dubitato che le illusioni delle quali si prende gioco siano davvero soltanto illusioni? E se si sbagliasse? E se fossero invece dei valori e lei un distruttore di valori?”, domanda un medico al narratore ne Lo scherzo. È il nucleo filosofico de L’insostenibile leggerezza dell’essere: se si vive una sola volta, averne coscienza obbliga alla leggerezza, o al contrario costringe alla considerazione che ogni attimo appartiene all’eternità, e dunque pesa nel computo universale col suo carico d’irrevocabilità? Kundera era rimasto folgorato dalla teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche: se ogni attimo è destinato a ripetersi uguale infinite volte, ogni nostra illusione di libertà è vana. Per Nietzsche la soluzione era l’amor fati, l’amore per il proprio destino, qualunque sofferenza o inganno esso contenga. Ma come possono i personaggi di Kundera, sempre immersi dentro condizioni esistenziali sospese, divisi tra la nostalgia della Patria, come Tereza, e la paura di persecuzioni, come suo marito Tomás, amare il proprio destino, consegnarsi alla letizia dell’essere? “Come vivere in un mondo con il quale non si è d’accordo?”, è scritto nel capolavoro L’immortalità. Tutta l’opera di Kundera si sviluppa attorno a questo enigma – che attanaglia persino Goethe alle prese con una fan che gli mostra il seno – continuamente fluttuante tra le cose erotiche e politiche: “Dittatura del proletariato o democrazia? Rifiuto della società dei consumi o aumento della produzione? Ghigliottina o abolizione della pena di morte? Non è questo l’importante”.
Ciò che il suo Paese non capì di Kundera, tanto da revocargli la cittadinanza, è che la sua visione non era cinica: era proprio il contrario, perché illuminava il cinismo di chi vedeva il fondamento dell’essere in “questo cammino verso la fratellanza, l’uguaglianza, la giustizia, la felicità” a ogni costo. Neanche gli intellettuali francesi, “ieri contro gli americani che occupavano il Vietnam, oggi contro il Vietnam che occupa la Cambogia… ogni volta contro i massacri e ogni volta in appoggio ad altri massacri”, erano immuni da questo grande, ipocrita Kitsch, loro che con Rabelais hanno inventato il romanzo, il regno in cui vige l’inesausta ricerca umanista attorno alla verità ambigua dell’essere umano. Era il Romanzo, la Patria e il regno di Milan Kundera, che ieri ha perso la sua figura più interessante, un misto di giullare e di Re.
Grandissima Daniela!
Un ritratto perfetto di Kundera.
10 minuti di applausi 👏👏👏
"Mi piace"Piace a 2 people
Complimentissimi alla Ranieri.
“ l’incontro tra non-identità che collidono, una specie di radiazione nucleare dell’illusione d’identità,”
magari capiterà che il Veneziani inciampi su qualche buon libro
"Mi piace""Mi piace"