IL “CONTINENTE” – Dai bizantini ai mongoli di Gengis Khan, fino ai Soviet, la narrazione storica di queste terre riflette dalle due parti un diverso pregiudizio a seconda delle lenti con cui vengono studiati […]

(DI FRANCO CARDINI – ilfattoquotidiano.it) – “Si deve parlare di un unico continente, l’eurasiatico: così congiunto nelle sue parti che non è avvenimento di rilievo nell’una che non abbia avuto il suo riflesso nell’altra”: così il grande orientalista, storico delle religioni ed esploratore Giuseppe Tucci.

Oggigiorno, specie dopo il fatidico 24 febbraio 2022, le parole “Eurasia”, “eurasiatico” ed “eurasismo/eurasista” sembrano divenute insulti. (…)

Verso la fine del periodo della Rivoluzione industriale (ndr.) la contrapposizione Oriente-Occidente, convenzionale e in fondo fittizia anch’essa ma piena di denso significato culturale (con tutti gli equivoci del caso), esplose in una specie di follia ossimorica: a causa di (…) Napoleone che assediò con il “Blocco Con-

tinentale” il Leviathan britannico signore degli Oceani, e quindi assumendosi il carico della leadership orientale in funzione di una lotta all’Occidente rappresentato dall’Inghilterra (…).

Ma non si può certo parlare, almeno nei tempi lunghi, di un totale fallimento delle prospettive napoleoniche. Al contrario. Sia pure ripudiando la sua tirannia – che d’altronde lasciò una lunga scia di nostalgismo politicamente fecondo –, l’Occidente abbracciò da allora con decisione il sistema liberistico da lui pragmaticamente promosso e protetto che, intrecciato alla morale calvinista (e ai suoi presupposti individualisti e razzisti), sarebbe divenuto anche, mutatis mutandis, l’asse portante del liberismo statunitense. (…).

Prima che Spengler opponesse alla rappresentazione eurocentrista la visione di una molteplicità di cicli di civiltà, Leont’ev aveva dunque già osservato la nascita e il tramonto delle varie forme storico-culturali, fino a convincersi dell’imminente estinzione della civiltà “occidentale” per effetto di un inevitabile processo degenerativo. (…) Prima che Spengler, ripudiando l’eurocentrismo e reintegrando nei loro diritti le culture extraeuropee, facesse piazza pulita di quello che René Guénon chiamava “il pregiudizio classico”, Leont’ev aveva considerato la civiltà dell’antica Persia in maniera ben diversa da come veniva insegnata nelle scuole russe (e non solo russe), dove la retorica della “libertà” riservava ai presunti “barbari dell’Oriente” solo incomprensione e disprezzo. Ma una differenza rilevante fra Spengler e Leont’ev risiede nella valutazione di una civiltà che per lo studioso russo costituisce un oggetto d’indagine privilegiato: la civiltà bizantina. Infatti, da noi la storiografia liberale “ha per secoli considerato Bisanzio null’altro che una originale e sterile sopravvivenza del mondo greco-latino (…) . Generazioni di studiosi e di lettori occidentali hanno incessantemente tramandato una quantità di pregiudizi su Bisanzio, che, non somigliante né alla civiltà classica né all’Europa moderna, si sarebbe distinta solo per bigottismo, crudeltà e ristrettezza spirituale”, come scrive Aldo Ferrari in La Terza Roma (All’insegna del Veltro, 1986). Nella visione di Leont’ev, in ciò correlata fortemente allo spirito del populismo slavista russo, l’universo folklorico-storico dell’immaginario russo animato da una profonda fede cristiana e da una fedeltà programmatica alle sue tradizioni riesce meglio, nelle sue visioni collettive, ad avvicinarsi alla realtà profonda che non la “filologia borghese” importata dall’Occidente liberale. Nazionalismo e panslavismo non potevano però riscuotere le simpatie di Leont’ev: se il nazionalismo progressista era un “cavallo di Troia” pensato per scardinare la società russa e i suoi valori profondi, il panslavismo faceva lo stesso usando il grimaldello antimusulmano nel nome di un’ortodossia cristiana intesa equivocamente. Al contrario, ortodossia cristiana e islam erano una duplice concorde barriera contro il dilagare della corruzione occidentale moderna. Ciò distanziava nettamente Leont’ev da altre figure della cultura russa, quali Berdjaev: Leont’ev si opponeva al luogo comune d’una eterna e inconciliabile inimicizia fra Russia e Turchia, che riteneva anzi la colonna vertebrale di una sensibilità e magari addirittura di una politica eurasiatica comune. Il vero e proprio “manifesto” dell’eurasiatismo fu Ischod k Vostoku (La via d’uscita ad Oriente), pubblicato a Sofi a nel 1921 da una casa editrice russo-bulgara. Si trattava di un volume collettaneo, del quale erano autori il geografo ed economista Pëtr Savickij (1895-1965), il linguista Nikolaj Trubeckoj (1890-1938), il musicologo Pëtr Suvinskij (1892-1985) e il teologo Georgij Florovskij (1893-1973). Essi esprimevano in modi e con strumenti diversi, ma complementari, l’idea fondamentale secondo cui i popoli della Russia e delle regioni a essa adiacenti in Europa e in Asia formassero una comune unità naturale, in quanto sono legati tra loro da affinità storiche e culturali. La cultura russa veniva dunque vista non come una variante di quella “occidentale”, ma come una realtà a sé stante. Fondata sull’eredità greco-bizantina e sulla conquista mongola e dunque identificabile come “eurasiatica” (…).

L’unità dell’Eurasia costituiva il tema centrale dello studio L’eredità di Gengis Khan, che Trubeckoj pubblicò nel 1925 riprendendo e sviluppando una diversa e più positiva concezione del dominio “tataro” che già nel XIX secolo si era affermata all’interno della storiografia russa. Secondo Solov’ëv e Kljucevskij, infatti, i “tatari” non solo non avevano spezzato la continuità dell’evoluzione storica della Russia, bensì l’avevano dotata di quella forte organizzazione statale che tanto era mancata nell’epoca kieviana.

Allo stesso modo, come accennato, non vanno dimenticate le correnti culturali che hanno guardato positivamente al confronto fra Oriente e Occidente, come nel caso proprio del filosofo Vladimir Solov’ëv, maestro di Dostoevskij nonostante fosse molto più giovane. Egli non cadde nel nazionalismo ingenuo degli slavofili: se criticava “l’Occidente che si decompone”, aveva parole dure per “l’Oriente pietrificato”. Negli ultimi anni della sua vita poi coltivò il sogno dell’unità fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Il suo scopo era dunque quello di rompere le barriere filosofiche fra Oriente e Occidente. Per la successiva generazione eurasiatista, non si può dimenticare il contributo di Lev Nikolaevič Gumilëv (…). La sua produzione scientifica ha sgombrato il campo dai pregiudizi turcofobi e antimongoli, mostrando il contributo che gl’imperi di Attila, di Gengis Khan e di Tamerlano hanno dato alla storia dell’Eurasia. (…) L’eurasiatismo di Gumilëv consiste in una visione della storia in cui viene messo in primo piano il mondo multiforme dell’Oriente eurasiatico, concepito non più come “periferia” più o meno “barbara” contrapposta alla vera civiltà (occidentale), bensì come un’autonoma realtà culturale, con un suo proprio sviluppo politico e scientifico. (…). Il movimento eurasista è attivo in Russia e fuori in vari Paesi, e arruola al suo interno la discussa personalità di Aleksandr Dughin, considerato ideologo di Putin.

Dopo avere esercitato una considerevole influenza su ampi ed eterogenei settori della cultura russa, in seguito al crollo dell’Urss l’eurasiatismo è stato accolto soprattutto da coloro i quali si oppongono all’inserimento della Russia nel sistema occidentale. (…)