IQUITOS (AMAZZONIA PERUVIANA) – Rive fatali. Fu la Mecca degli alberi della gomma; esaurito il business i fasti del passato si mescolano alle favelas. Ma lungo il fiume c’è anche il villaggio dei bambini felici

(DI ALESSANDRO DI BATTISTA – ilfattoquotidiano.it) – Dicono che la Casa de Fierro, una grande casa prefabbricata disegnata da Gustav Eiffel nel 1860, arrivò intera a Iquitos su una nave brasiliana. La casa venne scaricata e collocata in Plaza de Armas, la piazza più importante della città. Erano gli anni della febbre del caucciù e Iquitos cresceva a dismisura grazie alla domanda mondiale di gomma naturale e al lavoro di migliaia di schiavi indigeni che estraevano il lattice dagli alberi dell’Amazzonia. La schiavitù, teoricamente, era fuori legge in tutti i Paesi occidentali. Il Parlamento del Regno Unito l’aveva abolita, anche nelle colonie britanniche, nel luglio del 1833 e gli Stati Uniti fecero altrettanto nel 1865, al termine della Guerra di Secessione, con l’entrata in vigore del XIII emendamento. Ma l’Amazzonia, evidentemente, era un territorio a sé stante. Fu la vulcanizzazione, il processo di lavorazione della gomma inventato da Charles Goodyear a decretare vita e morte in Amazzonia. Nacquero imprese su imprese e nel cuore della foresta più grande al mondo arrivarono migliaia di coloni. A Iquitos, sul finire dell’800, vivevano cittadini inglesi, francesi, cinesi, portoghesi, italiani e tedeschi. In città vennero costruiti lussuosi palazzi abbelliti con azulejos lusitani o andalusi. Gli indigeni che abitavano a Loreto, la regione dove si trova Iquitos, vennero decimati dalle massacranti condizioni lavorative alle quali erano obbligati dai signori della gomma. Il boom del caucciù amazzonico si esaurì sul finire del secolo quando gli inglesi riuscirono a creare le prime piantagioni di Hevea brasiliensis, l’albero della gomma, in Malesia, all’epoca colonia britannica. Un esploratore inglese Henry Wickham, per conto del Regno Unito, rubò 70.000 semi dell’albero del caucciù nella zona di Santarem, in Brasile e li trasportò clandestinamente in Gran Bretagna dove vennero coltivati nell’orto botanico del Kew Gardens. Nei decenni successivi si iniziò a estrarre caucciù in Malesia e nel Ceylon britannico (l’attuale Sri Lanka). L’aumento della produzione e i minori costi di trasporto del caucciù asiatico fecero crollare il prezzo della gomma. Le compagnie del caucciù amazzonico dichiararono bancarotta e i loro proprietari lasciarono Iquitos. Migliaia di indigeni restarono senza lavoro, senza più una comunità lungo i fiumi dove poter tornare, senza il becco di un quattrino. Si riversarono in massa a Iquitos andando a vivere nel barrio di Belén, lungo il fiume. Da allora Belén è il quartiere più povero e malfamato di Iquitos. Un quartiere dove brulicano vita, commercio e miseria.
È impressionante vedere le immagini della Iquitos di fine 800 e paragonarla a Belén. Ieri lo sfarzo, oggi l’indigenza. A Belén c’è il mercato più importante della città. Tutti i giorni arrivano prodotti dalle comunità dell’Amazzonia peruviana. Platanos, yuca, erbe aromatiche. E poi decine di specie di pesci del Rio delle Amazzoni, maiali, animali della selva. Lungo il Pasaje Paquito, un vicolo di Belén, ogni giorno i commercianti allestiscono banchi colmi di piante medicinali, unguenti, olii e creme prodotti dagli alberi della foresta. C’è chi fa scorte di unghie di gatto, chi di repellenti naturali per gli insetti, chi di foglie di ayahuma con le quali si preparano tisane dalle proprietà, dicono, miracolose. Pasaje Paquito, insieme alla Casa de Fierro e al Museo Barco Historico è uno dei luoghi turistici di Iquitos.
I pochi stranieri che arrivano in città passano qui. Difficilmente scendono nella Belén bassa, ancor meno di notte. Qui le condizioni socio-economiche sono drammatiche. Le persone vivono in mezzo a quintali di immondizia dove centinaia di urubù, gli avvoltoi neri americani, cercano un pasto. Fogne a cielo aperto, odori nauseabondi che si mischiano ai profumi di pesce alla brace, ragazzini in divisa che tornano da scuola schivando i rifiuti e la solita, imperterrita, dignitosa umanità latinoamericana che tira avanti. E lo fa nonostante la miseria, la criminalità, la droga che scorre lungo i fiumiciattoli di Belén, la Venezia dell’Amazzonia come la chiama qualcuno. Dodici anni fa visitai Belén per la prima volta. Il degrado è lo stesso, forse è aumentato. E il quartiere continua a crescere, come del resto le favelas brasiliane. Sul finire dell’800 la grande carestia brasiliana e la crisi dell’industria dello zucchero diedero il La all’abbandono delle campagne brasiliane per le grandi città lungo la costa. Le favelas nacquero in quegli anni. La fine della febbre del caucciù determinò l’abbandono delle comunità costruite lungo i fiumi amazzonici e il conseguente sovraffollamento dei bassifondi delle città. Un fenomeno che non si è mai fermato. È come se, una volta annusata la cosiddetta società dei consumi, in pochi riescono a resistere al suo presunto fascino. Meglio una tv via cavo in casa nonostante quella casa o palafitta sia circondata da rifiuti o in quella casa, o palafitta, sia meglio tornare prima delle 20 perché il quartiere diventa insicuro.
A due ore da Iquitos, lungo la sponda settentrionale del fiume Marañón c’è Nauta, una cittadina dove vivono poco meno di 40.000 persone. Da lì è possibile prendere una barca e discendere il Marañón fino al punto esatto in cui si unisce al Rio Ucayali, un immenso corso d’acqua peruviano che nasce non lontano dal lago Titicaca. È da quel punto che il “Grande fiume” prende il nome di Rio delle Amazzoni. Poco più in basso sorge una comunità di 40 case: Mariscal Castillo, il primo villaggio lungo il Rio delle Amazzoni. Ci vivono circa duecento persone. La maggior parte sono bambini. Non è semplice vivere a Mariscal Castillo. Anche qui c’è povertà e per andare a scuola i bambini devono farsi ore di barca. Ma non è Belén. Non c’è delinquenza, non c’è droga, non c’è prostituzione. Non esiste l’invidia sociale. Non esistono grandi iniquità economiche. Non c’è plastica intorno alle case, non si sono rifiuti lungo le strade del villaggio. Il fiume dà pesce a volontà e la selva offre frutta e persino animali da compagnia. Una bimba giocava a carte col suo fratellino con addosso un bradipo. C’è povertà, ripeto, ma non c’è miseria. Povertà e miseria non sono sinonimi. Scrisse Eduardo Galeano: “Lo sviluppo è un viaggio con molti più naufraghi che naviganti”.