Oltre a una popolazione sempre più vecchia scontiamo la bassa fecondità: giovani poco istruiti, troppi disoccupati ed una scarsa mobilità sociale e tra generazioni

È un circolo vizioso quello che imbriglia l’Italia

(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – Il Rapporto annuale dell’Istat mette in luce il circolo vizioso in cui sembra avviluppata la società italiana e ne spiega le difficoltà di crescita e ammodernamento. Il forte invecchiamento della popolazione è la causa principale della bassa natalità, cui si unisce una persistente bassa fecondità anche nelle numericamente ridotte generazioni oggi in età potenzialmente fertile. I giovani hanno livelli di istruzione ancora comparativamente bassi, anche se in miglioramento, e una comparativamente elevata incidenza di coloro che né studiano né lavorano (quasi un quinto dei giovani tra i 15 e i 29 anni, tra disoccupati, in cerca di lavoro e scoraggiati). Il tasso di occupazione femminile, ancorché in aumento, rimane tra i più bassi nel mondo sviluppato e i meccanismi di penalità nel mercato del lavoro per le donne che decidono di avere figli continuano ad essere significativi, costituendo una delle cause della povertà tra le famiglie con più figli e tra i minorenni. La mobilità sociale intergenerazionale, è scarsa e per i ceti più svantaggiati troppo spesso l’origine di nascita è un destino negativo non adeguatamente contrastato né dalla scuola, né dal welfare, né dal funzionamento del mercato del lavoro. Quasi un terzo delle persone tra i 25 e 49 anni che si trova oggi a rischio di povertà, quando aveva 14 anni viveva in famiglie economicamente disagiate. E i fenomeni di abbandono scolastico precoce o di mancato raggiungimento delle competenze attese a livello logico e di comprensione linguistica riguardano in larghissima prevalenza i e le adolescenti che vivono in famiglie deprivate. Il tutto nella persistenza di forti diseguaglianze territoriali.

Le giovani generazioni sono a ranghi sempre più ridotti, ma invece di essere considerate, proprio per questo, un bene prezioso da valorizzare e su cui investire sono lasciati ai margini. Nel 2022, il 47,7 per cento dei 10 milioni e 273 mila 18-34enni mostrava almeno un segnale di deprivazione in uno degli ambiti chiave del benessere (Istruzione e Lavoro, Coesione sociale, Salute, Benessere soggettivo, Territorio). Di questi, più di 1,6 milioni erano deprivati in due o più di questi ambiti. Difficile, in queste condizioni, affrontare le tappe caratterizzanti l’ingresso e il dispiegamento nella vita adulta, di cui può fa parte anche la decisione di avere un figlio. Tanto più per le giovani donne, che uniscono alle difficoltà proprie della loro generazione quelle specifiche di genere: gli stereotipi che spesso nel vincolano i percorsi formativi e le discriminano nel mercato del lavoro, ma anche gli ostacoli che incontrano se diventano madri. Il tasso di occupazione delle 25- 49enni nel 2022 è stato dell’80,7 per cento per le donne che vivevano da sole, il 74,9 per cento per quelle che vivevano in coppia senza figli, e il 58,3 per cento per le madri. Si dirà che è una questione di preferenze, di libere scelte. Ma il fatto che questi divari tra madri e non madri, oltre che tra donne e uomini, si riducano in modo consistente con l’aumento dell’istruzione, riducendo in parte anche gli enormi divari regionali, segnala che si tratta di preferenze fortemente vincolate, imposte dall’assenza di opportunità o dall’esistenza di ostacoli insormontabili per mancanza di servizi e sostegni adeguati.

Del resto, se si guarda quanto l’Italia spende a favore dei bambini e adolescenti e delle famiglie con figli in un’ottica comparativa, si conferma lo scarso investimento nei confronti delle nuove generazioni e delle loro famiglie. Il Rapporto annuale segnala che spendiamo per istruzione rispetto al Pil meno della media europea (4,1 rispetto a 4,8) e ancor meno rispetto ai paesi Ue più sviluppati. Ciononostante, i governi successivi hanno utilizzato il calo demografico per ridurre la spesa. La vicenda che sta interessando l’attuazione del piano nidi nel Pnrr, tra ritardi e possibile riduzione degli obiettivi nonostante l’Italia non abbia ancora raggiunto il tasso di copertura del 33 per cento previsto per tutti i paesi Ue per il 2010 (ora alzato al 45 per cento), nel perdurare di enorme differenze territoriali, è un altro segnale dello scarso investimento effettivo sulle nuove generazioni, malgrado i periodici e un po’ assillanti richiami alla necessità di aumentare la natalità. Del resto, ricorda il Rapporto Istat, l’Italia spende per le prestazioni sociali erogate alle famiglie e ai minori una quota rispetto al Pil molto esigua, pari all’1,2 per cento a fronte del 2,5 per cento della Francia e del 3,7 per cento della Germania.

L’Italia appare così una società che di generazione in generazione riduce la propria capacità di riprodursi e ciononostante sembra incapace di investire adeguatamente nelle nuove, sempre più ridotte e perciò preziose, generazioni: per consentire loro sia di sviluppare appieno le proprie competenze e capacità a prescindere dall’origine di nascita, sia di guardare con fiducia al futuro.

Eppure, come emerge anche dal Rapporto annuale Istat, proprio gli elementi che compongono il ciclo vizioso in cui siamo andati a cacciarci come paese suggeriscono le possibili vie di uscita, nel breve e medio periodo: maggiore investimento e valorizzazione delle giovani generazioni e donne di ogni età, ma particolarmente le più giovani, rafforzando le competenze, quindi il capitale umano e contrastando le penalità connesse alla maternità con politiche di conciliazione e redistribuzione, tra i sessi e tra famiglia e istituzioni educative, del lavoro di cura e educazione. Ciò, insieme a politiche migratorie meno emergenziali e più strutturali, compenserebbe la perdita di potenziale forza lavoro dovuta al calo demografico. Allo stesso tempo consentirebbe ai giovani di guardare con più fiducia al futuro per sé e per i propri eventuali figli.