Domani voto al Csm. Parola d’ordine “discontinuità”. Nel mirino i pm Turco e Tescaroli

La destra vuole mettere le mani sulla procura di Firenze: indaga su Renzi e Dell’Utri

(GIUSEPPE SALVAGGIULO – lastampa.it) – Primo scoglio politico del nuovo Consiglio superiore della magistratura dell’era Meloni. Domani si nomina il capo della Procura di Firenze, attualmente la più esposta per le inchieste su corruzione (fondazione Open, con la richiesta di processo per il “giglio magico” renziano) e mafia (stragi del 1993, con Dell’Utri indagato assieme a personaggi dell’eversione nera, mentre la posizione di Berlusconi è stata chiusa con la sua morte).

La nomina è stata a dir poco tormentata. Il ruolo è vacante da un anno e, nonostante le sollecitazioni per l’urgenza della pratica, la decisione ha subito diversi e non del tutto comprensibili rinvii. Il vecchio Csm si era impantanato proprio quando sembrava cosa fatta la nomina di Ettore Squillace Greco, già pm a Firenze oggi procuratore di Livorno, considerato candidato naturale.

Il cambio di equilibri politici – prima in Parlamento, poi al Csm – ha rimescolato le carte. Oggi la golden share sulle nomine giudiziarie è in mano alla destra politico-giudiziaria. Che infatti ha riaperto la partita, forte di una maggioranza potenziale strutturata sui sette membri del Csm appartenenti a Magistratura Indipendente (corrente conservatrice) che si saldano a 8 componenti laici: 7 di destra più il renziano Ernesto Carbone.

La destra non ha un “suo” candidato, tanto che negli ultimi mesi ha oscillato sul papabile. In un primo momento aveva puntato su Paolo Guido, procuratore aggiunto di Palermo che ha catturato il superboss Matteo Messina Denaro. Ma poi ha ripiegato, per ragioni tattiche, sul meno esposto Filippo Spiezia, stimato pm napoletano da qualche anno a Eurojust, organismo giudiziario di collegamento a livello continentale.

Quel che conta, dunque, è che la destra (versione allargata al Terzo Polo) è disposta a sostenere (quasi) chiunque, perché sia in grado di scongiurare la nomina del “suo” nemico: Squillace Greco. Il quale, agli occhi di chi congiura per stopparlo, ha due macchie incancellabili: è di Magistratura Democratica, corrente progressista; è il candidato in continuità con la gestione più recente della Procura, rappresentata fino a un anno fa dall’ex procuratore Giuseppe Creazzo e oggi da Luca Turco e Luca Tescaroli, procuratori aggiunti e titolari delle inchieste Open e stragi.

Turco, in particolare, è stato ripetutamente “attenzionato” sia a livello politico-istituzionale che mediatico. Più volte denunciato da Renzi, che gli ha detto in udienza «Io di lei non mi fido» e gli ha riservato un intero capitolo (“Le inchieste flop di Turco”) e 33 citazioni nel best seller “Il Mostro”. Nel libro, Renzi lo definisce «magistrato di Magistratura Democratica, promosso procuratore aggiunto dal Csm sulla base di un accordo chiuso tra Luca Palamara e Magistratura Democratica, accordo ratificato all’unanimità al plenum». Per la verità da altre inchieste è in realtà emerso che quella nomina, mai contestata in sede giudiziaria, era in realtà stata osteggiata a livello politico. In una chat Denis Verdini (processato e fatto condannare dallo stesso Turco) se ne lamentava con Luca Lotti, definendola «una pazzia e una presa per il culo».

Colpire Turco per affondare Squillace, dunque. Che l’operazione Firenze fosse in cima alla lista, s’era capito subito dopo l’insediamento del governo Meloni, quando il ministro della giustizia Carlo Nordio, rispondendo a un’interrogazione dello stesso Renzi – modello io alzo e tu schiacci – aveva annunciato «un immediato e rigoroso, e sottolineo rigoroso, accertamento conoscitivo». Nel mirino, manco a dirlo, Turco, già infruttuosamente denunciato da Renzi a Procura di Genova, Procura generale della Cassazione e Csm.

Quanto a Tescaroli, la pervicacia con cui conduce l’inchiesta sulle stragi mafiose del 1993, in particolare ricostruendo i rapporti tra il duo Berlusconi-Dell’Utri e i fratelli boss Graviano, intermediati dall’ineffabile “portavoce” Salvatore Baiardo, lo mette inesorabilmente nel mirino di Forza Italia. Del resto Tescaroli è recidivo: 25 anni fa, pm a Caltanissetta, si oppose all’archiviazione della prima inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri, arrivando a scontrarsi con il potente procuratore Gianni Tinebra.

Ma c’è di più, e di nuovo. L’inchiesta sulle stragi ha riannodato il filo di un network tra cosa nostra e cascami dell’eversione neofascista, uniti da quella che una nota sentenza sulla strage di via D’Amelio definì «convergenza di interessi». Nei giorni scorsi, Tescaroli ha indagato e perquisito Paolo Bellini, killer neofascista dai cento volti e mille segreti, condannato in primo grado all’ergastolo per la strage alla stazione di Bologna del 1980.

E dunque anche Tescaroli s’è meritato, un mese fa, la sua bella interrogazione parlamentare. Firmata da Maurizio Gasparri – odierno berlusconiamo, ma con radici nella destra missina – con richiesta a Nordio di mandare a Firenze un’altra ispezione «perché nelle sue tesi continua ad alimentare teorie fantasiose, che non hanno alcuna validità e che non meritano di essere alimentate, soprattutto se a farlo è un noto magistrato».

Che Turco e Tescaroli siano pm di Magistratura Democratica, corrente progressista oggetto con cadenza settimanale di attacchi diretti in particolare al direttore della rivista Questione Giustizia Nello Rossi, additato come «cattivo maestro» e «ideologo» di imprecisati complotti, sarebbe solo contorno al limite del folclore, se la faccenda non fosse seria.

E comunque domani si vota non su due rispettabili magistrati, contro uno dei due. In nome della dottrina politico-giudiziaria della «discontinuità» che riecheggiava nel 2019 su altri, ma nemmeno troppo distanti, lidi giudiziari.

Per capire l’aria che tira, anche a futura memoria.