Tenere costanti gli stipendi, a fronte di prezzi crescenti, trainati oggi solo in piccola parte dal costo dell’energia, causa due problemi

(di Pasquale Tridico – repubblica.it) – La vicenda della trattativa tra le parti sociali sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici (tecnicamente un adeguamento all’inflazione ex post), conclusasi il 16 giugno scorso, è utile per verificare quale sia lo stato della (scarsa) crescita dei salari in Italia, e l’origine dell’attuale spirale inflazionistica. L’inflazione a maggio 2023 è al 7,6%. L’incidenza dei prezzi energetici ormai è minoritaria, infatti l’inflazione, al netto di essi, è circa un punto in meno (6,2%). Mentre a fine 2022 l’inflazione aveva raggiunto l’11,6%, realizzando una media annua di crescita pari all’8,1%, e i prezzi energetici incidevano per oltre il 50%.
Sedute al tavolo, tutte le parti del negoziato erano sorprese di registrare due fenomeni. Il primo è il tasso di inflazione di partenza per la trattativa, ovvero il cosiddetto Ipca-nei (l’indice dei prezzi al consumo depurato dai beni dei prodotti energetici importati) pari al 6,6%, superiore di circa 2 punti rispetto alle attese.
Ciò dimostra innanzitutto che ormai c’è nel nostro Paese una inflazione di fondo che prescinde dai beni energetici, e significa perdita di potere di acquisto da parte dei lavoratori, che subiscono le decisioni sui prezzi, su tutti i beni fondamentali. Non che i beni energetici non siano fondamentali, ma almeno il loro aumento trovava una spiegazione esogena, nella crisi energetica conseguente alla guerra tra Ucraina e Russia.
Non trova una giustificazione fondata, invece, l’aumento soltanto dei prezzi, e non dei salari monetari, conseguente alla spirale prezzi-prezzi che si è sviluppata negli ultimi due anni. Non solo.
La Banca d’Italia ha cominciato a stimare, internamente, una sorta di “inflazione da scusa”, ovvero un aumento di prezzi generalizzato che si sviluppa soprattutto nei servizi ricreativi, ristorazione, alberghi, ecc, che è solo di tipo emulativo, e anche questa non fondata su ragioni di costo.
E veniamo quindi all’origine di questa inflazione. Come abbiamo già avuto modo di argomentare (“Il Patto necessario”, Repubblica, 19 gennaio 2023), non si tratta di una inflazione “classica” generata da un eccesso di domanda, conseguente a politiche espansive monetarie e a rivendicazioni salariali da parte dei sindacati.
Si tratta invece di una inflazione generata da un fattore prezzo-prezzo, e che quindi oltre alla iniziale copertura dei costi energetici, ha fatto crescere i profitti in modo ingiustificato, tanto è che la politica principale di contenimento, soprattutto lo scorso anno, è stata un tentativo, maldestro, di tassare i cosiddetti extra-profitti, qualcosa che non esiste nella scienza economica, almeno in quella che si insegna nelle università.
La tassazione di extra profitti implica che i prezzi siano già aumentati, e una tassazione (extra) sarebbe un ulteriore incentivo per le aziende ad aumentare i prezzi e scaricare quindi sui consumatori la tassazione, soprattutto nel settore energetico e in quelli contigui che spesso hanno natura monopolistica.
Al contrario si sarebbe dovuto e potuto evitare un aumento dei prezzi attraverso un cap-price sui beni dei prodotti energetici per le famiglie.
E veniamo con questo alla seconda sorpresa per le parti sociali, soprattutto per i sindacati dei lavoratori. L’indice Ipca-en (che possiamo definire come l’indice depurato da tutti i prezzi dei prodotti energetici e quindi anche quelli nazionali) è stimato mensilmente da Istat ed è oggi intorno al 4,5%.
Era questo il riferimento che le parti sociali metalmeccaniche si aspettavano come aumento dei salari nel contratto. Ma hanno scoperto che era consistentemente più basso di quello Ipca-nei (2,1 punti in meno). Ciò vuol dire che le aziende italiane hanno avuto, ingiustificatamente, margini di incremento di prezzo maggiori dell’incremento dovuto alla crisi del costo energetico, e quindi hanno realizzato maggiori profitti.
Alla fine, gli aumenti realizzati dai lavoratori metalmeccanici, i più sindacalizzati e con uno dei contratti migliori per i lavoratori, sono stati in media di 123 euro/mese, e si applica a circa 1,5 milioni di lavoratori.
A fronte di questa vicenda, conclusasi in modo positivo per i lavoratori, c’è però oltre il 70% dei lavoratori, in gran parte tutelati da contratti peggiori, che non hanno clausole di salvaguardia ex post per il recupero dell’inflazione, ma che rimangono fermi anche 5/6 anni prima di essere rinnovati.
In conclusione, questa storia ci insegna che continuare a tenere costanti i salari monetari, a fronte di prezzi crescenti, trainati oggi solo in piccola parte dal costo dell’energia, e in gran parte da aumento generale dei prezzi e quindi da profitto, causa due problemi: 1) un ulteriore impoverimento dei lavoratori, con un aumento delle diseguaglianze tra lavoratori di settori protetti (pochi) e meno protetti (la maggior parte); 2) una depressione della domanda aggregata e quindi della crescita economica, soprattutto in virtù di aumenti continui dei tassi di interesse da parte della Bce, evidentemente troppo preoccupata dell’inflazione e troppo poco della perdita di potere di acquisto dei lavoratori e della recessione.
Anche in questo contesto, emerge come risolutorio il salario minimo orario, indicizzato rispetto all’inflazione, come succede nella gran parte dei Paesi dell’Ue avanzata: non solo come protezione nei confronti dei salari più bassi, ma anche, come “pavimento” rispetto alla crescita dei salari superiori al minimo.
Pasquale Tridico, economista, è professore all’Università degli Studi Roma Tre
E così, in misura più o meno intensa, continua la triturazione del potere d’acquisto dei lavoratori da parte della feccia politica degli ultimi trent’anni . La ferrea opposizione al salario minimo, anche da parte dei sindacati preoccupati solo di non perdere capacità di influenza, è solo l’ultimo capitolo di questa vergognosa storia italiana
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Proteggere tutti i lavoratori con un salario minimo indicizzato è sacrosanto.
Io che sono pensionato mi sono visto tagliare la rivalutazione della mia pensione del 50% come ha disposto la vostra premier.
Forse che i pensionati non mangiano più o mangiano di meno? Forse il pensionato ha diritto a una riduzione delle bollette, del condominio e del meccanico? Forse che il pensionato con moglie e figlia a carico è privilegiato perchè, dopo aver versato 43 anni di contributi, ha sicuramente accumulato una ricchezza che merita una extra-tassazione?
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