Dal Mes all’autonomia, il leader prepara la campagna d’autunno per riconquistare spazio

(FLAVIA PERINA – lastampa.it) – Arriva l’estate del Papeete Minore, un Papeetino quotidiano, niente più. Pieni Poteri con la maiuscola ma poterini, poterucci – un commissario all’alluvione amico, le candidature della prossima tornata regionale – rivendicati con esternazioni laterali dei capigruppo e dei dirigenti leghisti. Matteo Salvini non parla, e se parla è sempre compunto, allineato con l’unità della maggioranza. Lui ha «piena fiducia» in Daniela Santanché (anche se è stato il fedelissimo Riccardo Molinari a rompere l’unità delle destre chiedendo spiegazioni in Parlamento). Lui giura che il governo «dura cinque anni, non un minuto di meno» (anche se sono stati i suoi a tagliare la strada alla premier sulla spinosissima questione Mes). Lui non segue le beghe di Palazzo, lui si occupa piuttosto di ponti sullo Stretto, di elezioni in Molise, di dighe, del tavolo delle auto green, flat tax, quota 41, e pure in politica estera appare domato: ritira l’ordine del giorno «pacifista» già scritto per Palazzo Madama, tace sul quasi-golpe di Yevgeny Prigozhin.
Il nuovo Salvini è un leader che si è fatto furbo, titolare di un progetto preciso in tre atti. Intercettare appena emergerà il malumore dell’elettorato delle destre. Trasformarlo in voti per la Lega alle prossime Europee. Sulla base di quei voti rivendicare un rimpasto di governo che scardini l’all-in meloniano del 25 settembre. E dunque questa estate del Papeete Minore lo vedrà attento a non esagerare con il controcanto ma altrettanto vigile nel preparare le basi della campagna d’autunno, quando il no alla ratifica del Mes – la madre di tutte le battaglie identitarie – dovrà giocoforza cambiare segno e arriveranno al pettine i nodi di una destra che ha chiesto consenso per cambiare l’Europa (qualcuno diceva addirittura: per demolirla) salvo poi cedere agli obblighi della realpolitik.
Il Papeete Minore di Matteo Salvini è anche un modo di saggiare la reale consistenza del melonismo perché – e non bisogna dimenticarlo mai – la pratica di cogestione del potere è per i due una novità assoluta, e ciascuno deve ancora scoprire fino a che punto può tirare la corda. Meloni ebbe la sua prima esperienza a Palazzo Chigi da ministro dei Giovani (anzi: della Gioventù, già allora le questioni di vocabolario tenevano banco) nel 2008, quando l’altro era “solo” consigliere comunale di Milano e parlava con simpatia del Leoncavallo. Nella fase Letta-Renzi-Gentiloni furono entrambi all’opposizione ma in feroce conflitto visto che il Capitano aveva deciso di uscire dalle contee del Nord per costruire un partito nazionale. E si trovarono su fronti opposti pure nella fase giallo-verde di Giuseppe Conte e con l’esecutivo tecno-politico di Mario Draghi. Insomma: dalla stessa parte sono stati solo in momenti molto brevi, e mai in esperienze di governo. Le quotidiane punzecchiature dello staff del Capitano alla premier sono anche un modo di capire, come si dice a Roma, quanto «può allargarsi» senza superare il confine che separa un braccio di ferro quotidiano da una crisi.
Le prossime tappe di questo tira-e-molla sono già segnate. C’è la partita dell’Autonomia, che Palazzo Chigi ha di fatto congelato avviando la parallela riforma del presidenzialismo o premierato o chissà che (il testo della ministra Maria Elisabetta Casellati ancora non c’è): servirà nelle intenzioni leghiste a riprendersi i voti del Nord scivolati verso Fratelli d’Italia, dimostrando che quel tipo di istanze possono essere affidate solo al Carroccio. C’è la revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, dove Salvini, dopo molte incertezze, si è intestato la linea dello «spendere tutto» e potrà rivendicarla dal 30 agosto in poi, quando finalmente Palazzo Chigi fornirà l’elenco delle opere tagliate e degli investimenti trasferiti da un capitolo all’altro e arriveranno altri mugugni, altri malcontenti – di sindaci, governatori, cittadini – da cavalcare con il consueto sottotesto: «Ah, se l’aveste lasciato fare a me!». C’è l’abolizione del canone Rai, richiesta ribadita ieri, un dito nell’occhio per quelli che il servizio pubblico l’hanno appena conquistato.
Ciascuna partita consente di riesumare vecchi nemici. Le burocrazie, l’ottusità europea, i lacci ed i lacciuoli, la rapacità del potere centrale, le mani dello Stato nelle tasche degli italiani e tutto l’armamentario che abbiamo visto agire in ogni crisi e in ogni campagna elettorale, fingendo di dimenticare che al governo adesso ci sta pure lui. Ed è facile che il controcanto si estenda anche al tema-tabù di questi mesi, l’immigrazione, dove Salvini ha finora lasciato fare la premier con i suoi viaggi, il suo Piano Mattei per l’Africa, il suo decreto Cutro, evitando di cointestarsi strategie giudicate troppo morbide e scommettendo piuttosto sui sentimenti di delusione dell’elettorato dopo un’estate che si preannuncia complicata. A settembre, poi, la possibile presenza di Richard Gere al processo per il sequestro Open Arms in corso a Palermo sarà un gran momento di pubblicità gratuita. Il Capitano contro la super-star del politicamente corretto hollywoodiano. Che fantastica occasione mediatica! Che magnifico modo di cambiare stagione, di passare dall’estate del Papeete Minore all’autunno di chissà quale luogo (ne scopriremo presto la location, e potremo dargli un nome).
Ma che bel fisichetto… 🤢
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Certo che l’abolizione del canone Rai sarebbe un colpo fantastico, quasi meglio di quota 41 e gli interminabili attacchi alla Fornero.
Se riuscisse, sposterebbe o guadagnerebbe un sacco di voti da parte degli incaxxati di tutta Italia. Una RAI che di servizio pubblico non ha quasi più niente (sono generoso!) , senza canone finirebbe per dover correre ai ripari o chiudere per cessata attività residua.
Ma non succederà perchè, come per il fantomatico golpe russo, si metteranno daccordo.
Per governare.
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