(GIULIA MERLO – editorialedomani.it) – L’ex consigliere del Csm e toga di Mani Pulite, Piercamillo Davigo è stato condannato dal tribunale di Brescia per il reato di rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito del caso sui verbali di Amara e la presunta loggia Ungheria.

Il processo di primo grado si è svolto con rito ordinario, mentre il pm di Milano Paolo Storari – che materialmente ha consegnato a Davigo i verbali di Amara – aveva scelto il rito abbreviato ed è stato assolto per «ignoranza di norma extrapenale».

Davigo ha scelto il rito ordinario proprio per dare massima diffusione ai fatti e, attraverso il dibattimento, ricostruire nel modo più completo i fatti. Davanti ai giudici di Brescia, infatti, hanno sfilato i vertici del Csm, della procura di Milano e della Cassazione, per tentare di ricostruire il clima di veleni sia al palazzo di giustizia meneghino che a palazzo dei Marescialli.

IL CASO

I fatti oggetto del processo risalgono al 2019, 2020, quando Davigo ha rivelato ad alcuni membri del Csm suoi colleghi e anche al deputato del Movimento 5 Stelle, Nicola Morra, il contenuto dei cosiddetti verbali di Amara, che contenevano le dichiarazioni dell’ex legale esterno di Eni sull’esistenza di una logga segreta chiamata Ungheria.

I verbali erano stati consegnati a Davigo da Storari, magistrato milanese e titolare di un fascicolo d’indagine su Eni, parallelo a quello detto Eni-Nigeria sulla presunta tangente internazionale del colosso petrolifero.

Storari, preoccupato dall’inerzia dei vertici della procura nel dar seguito all’acquisizione dei vernali, si era confidato con il consigliere Davigo, il quale lo aveva rassicurato del fatto che il segreto d’ufficio non fosse opponibile ai membri del Csm.

Storari aveva consegnato i verbali a Davigo, il quale li aveva poi portati a Roma, e ne aveva parlato con i vertici del Csm, sia per verificare le ragioni della presunta inerzia milanese, sia per valutare il da farsi. Davigo, tuttavia, non aveva ritenuto di aprire alcuna pratica ufficiale.

Al momento del pensionamento di Davigo e la votazione per escluderlo dal Csm, i verbali sarebbero stati trafugati dal suo studio e mandati a Repubblica, al Fatto Quotidiano e al consigliere Nino Di Matteo, il quale ne ha svelato l’esistenza durante un plenum del Csm, facendo scoppiare il caso Ungheria.

IL PROCESSO

A processo, la difesa di Davigo ha chiesto l’assoluzione con formula piena, perchè «Sul piano obiettivo nessuna violazione dell’articolo 326, l’inesistente pericolo concreto per lo svolgimento indagine della Procura milanese e l’insussistente ingiusto danno per Ardita e Mancinetti».

Secondo la difesa, «l’ipotesi che Davigo abbia voluto dare a Storari rassicurazioni false o che la datazione del contatto fra Davigo e Storari sarebbe stata falsamente posticipata è fuori dal mondo e ancora una volta paranoico», anche perchè «Mai nessuno ha messo in dubbio che la richiesta d’incontro è stata fatta da Storari ed era motivata da problemi reali nell’indagine della Procura milanese sulla ‘Loggia Ungheria’ per la diversità di vedute degli inquirenti e valutazioni sul da farsi».

I pm di Brescia Francesco Milanesi e Donato Greco, coordinati dal Procuratore Francesco Prete, hanno chiesto la condanna a un anno e 4 mesi con pena sospesa per aver indotto il pm di Milano Paolo Storari a consegnargli i verbali di sintesi di Amara e per 11 episodi di rivelazione di segreto avvenuto a Roma fra maggio e settembre 2020.

La parte civile – l’ex consigliere Csm Sebastiano Ardita, parte offesa di calunnia per le dichiarazioni di Amara contenute nei verbali e riconosciute false – ha chiesto un risarcimento per aver visto infangato il proprio nome con l’obiettivo, secondo il suo legale Fabio Repici, di orientare il voto per la Procura di Roma nel 2020 dopo l’addio di Giuseppe Pignatone e sul quale i due erano in disaccordo.