I dati sui minori allontanati dalle famiglie di origine sono fermi al 2019. Mancano personale preparato e formazione per i nuclei che vogliono accogliere

(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – La vicenda di Bibbiano ha ulteriormente indebolito le insufficienti politiche per l’infanzia, specie più svantaggiata, delegittimando sia servizi sociali già sovraccarichi e in alcune aree del Paese pressoché inesistenti, sia lo stesso strumento dell’affido familiare, uno dei modi in cui un minorenne può essere collocato fuori dalla propria famiglia di origine. L’altro è la comunità. Una volta di più si è agitata la figura degli assistenti sociali che “rubano i bambini”, scoraggiando sia le famiglie in difficoltà a chiedere aiuto, sia le famiglie e i singoli che sarebbero disponibili ad affiancarle, sia le e gli assistenti sociali stessi, cui spetta di valutare che cosa è meglio per un bambino che cresce in una situazione difficile e di predisporre gli interventi necessari. Il risultato è che i bambini e i loro bisogni di protezione, sicurezza, buona crescita, sono diventati ancora più invisibili proprio là dove sono più a rischio.
Il grande clamore politico e mediatico attorno al “caso Bibbiano” non ha neppure sollecitato a predisporre gli strumenti necessari a conoscere e monitorare il fenomeno degli allontanamenti dalla famiglia, per quanto riguarda non solo i numeri, ma le motivazioni, la durata degli allontanamenti, le condizioni che favoriscono il “successo”, con il ritorno a casa del minorenne e viceversa lo ostacolano. I dati esistenti continuano a essere frammentati e raccolti in modo eterogeneo. Quelli specificamente riferiti all’affido familiare, di responsabilità del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, sono fermi al 2019 (13.555 minorenni in affido familiare a fronte di 14.053 in comunità, escludendo i minori stranieri non accompagnati), nonostante da tempo sia stato previsto di arrivare a un sistema informativo sulla cura e la protezione dei bambini e delle loro famiglie. In questo vuoto conoscitivo è troppo facile montare casi come quello di Bibbiano (ora largamente ridimensionato dalla magistratura) a fini scandalistici o politici, e persino fare leggi basate su assunti empiricamente scorretti.
L’affido familiare, così come è stato normato in Italia quarant’anni fa, è un importante atto di solidarietà individuale e familiare verso un bambino e, in diversi casi, anche la sua famiglia. Non è un modo per sbarcare il lunario (il contributo non sempre viene erogato e comunque non copre le spese). Non è neppure una scorciatoia per l’adozione. È un rapporto istituzionalmente a tempo, che prevede una fine con il ritorno del minorenne nella sua famiglia, anche se purtroppo spesso si prolunga ben oltre i limiti per le difficoltà che questa continua a incontrare a essere un luogo sicuro per l’affidato/a. I genitori affidatari quindi sono chiamati a esercitare un compito che coinvolge fortemente non solo tutte le loro capacità, ma anche la loro affettività, sapendo che fa parte del loro compito anche accompagnare chi è stato loro affidato a lasciarli, a non considerarli propri genitori, almeno non nel senso esclusivo del termine. Viene messo in atto quando il tribunale minorile decide che per un bambino o adolescente è troppo rischioso continuare a stare con i propri genitori o quando le assistenti sociali, d’accordo con i genitori, valutano che, anche se sostenuti con servizi, consulenza, se necessario anche denaro, questi non sono più o meno temporaneamente in grado di far fronte alle proprie responsabilità. L’affido può essere a parenti (la soluzione più frequente fino a qualche anno fa) o a terzi (che, nei contesti più avanzati, devono aver ricevuto una formazione allo scopo). A seconda dei casi e dell’intensità del bisogno, può essere “totale”, ovvero con trasferimento del minorenne presso il domicilio degli affidatari, oppure solo diurno, o solo per alcuni periodi dell’anno.
Come si vede, è una misura che può essere modulata in base alle esigenze dei minorenni coinvolti e delle risorse – di competenze genitoriali, di tempo, di rete di sostegno – delle loro famiglie. Fa parte, quindi, di un progetto complessivo, che ha al centro il minorenne, ma che riguarda anche la sua famiglia, i suoi genitori, soprattutto quando non si tratta di una decisione del tribunale, ma dei servizi sociali. Anche quando si tratta di affido “totale”, salvo che nei casi di urgenza (stato di abbandono grave, rischio per l’incolumità, incarcerazione dei genitori), dovrebbe essere preceduto da iniziative di sostegno alle capacità genitoriali e dalla predisposizione di luoghi e relazioni extrafamiliari per il/la minorenne coinvolto/a, al fine di cogliere e far maturare tutte le opportunità di evoluzione positiva, i rischi che vale la pena di correre e quelli invece da cui occorre proteggere la/il minorenne. Sono sempre scelte difficili, esposte all’errore in una o l’altra direzione, così come tutte le scelte che riguardano le vite delle persone. Per contenere il margine di errore occorre personale preparato e in numero sufficiente, la formazione di gruppi di lavoro multidisciplinari che possano confrontare le proprie analisi e valutazioni. Una chimera in molti contesti locali, dove spesso manca anche l’assistente sociale a tempo pieno e le famiglie e i minorenni più vulnerabili sono troppo spesso lasciati a se stessi, senza sostegni e senza la possibilità di ricorrere all’affidamento in caso di necessità.