(di Toni Capuozzo) – Niente di nuovo sul fronte orientale. Sì, fa notizia che 14 militari italiani della missione NATO in Kosovo siano rimasti feriti in scontri di piazza, ma la storia non comincia ieri. Bisogna andare indietro, all’ultimo decennio del secolo scorso, al disfacimento della Jugoslavia, di cui quelle terre erano una provincia autonoma grande quanto l’Abruzzo e popolata da una maggioranza di etnia albanese, vessata dal governo di Belgrado.

Battezzata dai bombardamenti NATO del 1999, quella provincia si è autoproclamata, nel 2008, Stato indipendente, riconosciuto da una metà dei Paesi del mondo, tra cui l’Italia. E la giostra ha preso a girare in senso contrario: adesso a essere vessata è la minoranza serba. Che ha boicottato le elezioni amministrative in quattro comuni, conclusesi con quattro sindaci albanesi votati da poche centinaia di elettori. I quattro hanno cercato di entrare nei municipi, e la NATO li ha protetti.

Era successo prima con le targhe, succederà ancora, e sullo sfondo ci sono l’Ucraina, la Russia, la Nato, una miscela esplosiva. La NATO, da Napoli, annuncia rinforzi e muove i blindati. Ma la soluzione è politica, e ha a che vedere con l’ingresso di tutti in Europa. Le soluzioni di forza hanno mostrato, alla lunga, il loro fallimento. E dispiace vedere gli alpini mandati in ordine pubblico, non è la loro vocazione.