In un suo testo utilizza i corsi d’acqua come metafora della condizione umana, ma i consigli su come evitare disastri sono quanto mai concreti

Fiumi, l’allarme lanciato da Machiavelli 500 anni fa

(di Giancristiano Desiderio – corriere.it) – Non sappiamo se nell’inverno del 1513, mentre Niccolò Machiavelli rivedeva e completava il suo «opuscolo» De principatibus, si parlasse già di cambiamento climatico. Sappiamo, però, che nel capitolo XXV di quell’opera mirabile, che fonda il concetto moderno di politica, Machiavelli fornisce una descrizione particolareggiata della «ruina» di cui son capaci i fiumi e le alluvioni. Certo, il segretario fiorentino usa la metafora del fiume per illustrare la «condizione umana» — son parole sue — e dire che la fortuna è «arbitra della metà delle azioni nostre» e l’altra metà dipende dal governo umano; tuttavia, l’immagine dei fiumi straripanti e delle terre sconquassate e degli uomini che fuggono senza poter far nulla è così viva che rimanda direttamente alle scene dell’alluvione dell’Emilia-Romagna del 2023 e alla conoscenza che ser Niccolò, seduto a cavallo, molto bene aveva della terra di Romagna.

Conviene (ri)leggere quelle righe del capitolo XXV del Principe (che è il capitolo per interpretare tutta l’opera sua) perché se è vero che la fortuna ha in mano il destino umano, è a maggior ragione necessario capire che la virtù del governo è proprio nelle mani umane che si devono dar da fare prima che arrivi la tempesta. Infatti, dice Machiavelli la fortuna è come «questi fiumi rovinosi» che quando «si adirano, allagano e’ piani, ruinano li arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare». Tuttavia, «quando sono tempi queti» — cioè quando le acque dei fiumi sono calme — gli uomini devono «fare provvedimento e con ripari e con argini: in modo che, crescendo poi» le acque o andranno «per un canale o l’impeto loro non sarebbe né sì dannoso né sì licenzioso». Se l’opera di contenimento della virtù non c’è, allora, la fortuna, ossia i «fiumi rovinosi», dilaga e allaga. Bisogna aggiungere altro?