Non possiamo sapere cosa ci sarà nel seguito dello strepitoso film del 1995 che il regista livornese sta girando a Ventotene (titolo: “L’altro Ferragosto”), ma se per caso ci fosse un sequel della sinistra disorientata […]

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – “La verità è che voi intellettuali nun ce state a capi’ più un cazzo! Ma da mo’!“. Ennio Fantastichini in “Ferie d’Agosto” di Paolo Virzì

Non possiamo sapere cosa ci sarà nel seguito dello strepitoso film del 1995 che il regista livornese sta girando a Ventotene (titolo: “L’altro Ferragosto”), ma se per caso ci fosse un sequel della sinistra disorientata (per non dire altro) ci permettiamo di segnalare la scena immortalata venerdì nel nostro personale diario dello smarrimento. Papa Francesco e Giorgia Meloni, seduti l’uno accanto all’altra al Forum della Natalità, lei in completo bianco come Lui, in perfetta sintonia armocromatica e corrispondenza spirituale. Con la Papessa che la butta subito in politica (“Parlare di famiglia è un atto rivoluzionario”) e con Bergoglio che un po’ si smarca dallo spot sovranista (“Non contrapporre natalità e accoglienza”), ma che non può sottrarsi all’invadente contesto mediatico apparecchiato dai registi di “Io sono Giorgia”. Risultato, la celebrazione, urbi et orbi, della trinità fondante della destra: Dio, Patria e Famiglia.

Adesso provate a pensare allo sgomento di quel mondo illuminato che ha trascorso l’ultimo decennio a celebrare il Pontefice progressista, pauperista, pacifista, terzomondista, democratico e antifascista, vicino agli ultimi della Terra, nemico della Curia reazionaria e di ogni dispotismo, immaginate cosa avranno provato “voi intellettuali” vedendo duettare Francesco con la Sorella post missina d’Italia. Sì, in quella che si considera la parte giusta della Storia, le idee sembrano abbastanza confuse anche sulle riforme costituzionali quando si liquida come velleitaria l’iniziativa della premier preconizzando un flop disastroso. Non si fa che rammentare, infatti, che dalla bicamerale a Renzi i tentativi di cambiare la Carta hanno sempre inghiottito i leader in un “buco nero” (“Repubblica”), e non si vede perché la Meloni dovrebbe fare eccezione. Con la differenza che stavolta se si arriverà al referendum l’Italia sarà chiamata a decidere non su modifiche cucite nel supremo interesse della casta della politica ma sul diritto di eleggere direttamente il capo del governo o il presidente della Repubblica. Un potere straordinario d’intervento a disposizione di tutti: molto difficile (sondaggi alla mano) che la nazione vi rinunci. Infine, tra i nuovi smarrimenti, assistiamo alla fragorosa caduta di ruolo del protagonista stesso della lotta di classe in salsa ferragostana: l’intellettuale di sinistra coltissimo, saputissimo, schierato con il Bene e magari con un programma Rai in gestazione. L’assalto alla diligenza della tv pubblica (ma anche dell’editoria, dei musei, della scuola) di un esercito di nipotini di Guareschi e Armando Plebe, vogliosi di sostituire con l’arrembante egemonia di destra la sfibrata egemonia di sinistra, dimostra perché “nun ce stanno più a capi’… niente”. Nelle “Ferie” di un trentennio fa il giornalista dell’“Unità” Silvio Orlando ironizzava sulle radici culturali del vicino d’ombrellone berlusconiano: “Glielo dico io cos’è l’ultima cosa che ha letto, il libretto delle istruzione del cellulare”. Purtroppo, non è più così.