
(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – Una popolazione che si riduce numericamente e invecchia rapidamente: questa è la fotografia demografica del nostro paese. Essa segnala come si sia innescato un processo che, se non adeguatamente contrastato, rischia di diventare irreversibile, perché una popolazione ad alta e crescente incidenza di anziani inevitabilmente assottiglia sempre più la quota di coloro che invece sono in età riproduttiva.
La bassa natalità contemporanea, nettamente sopravanzata dalla mortalità, infatti, non è solo l’esito della pur bassissima fecondità corrente. È anche l’esito della riduzione della fecondità operata dalle generazioni oggi nelle età di mezzo o anziane, la cui durata della vita invece è in aumento, in particolare tra gli uomini. Di quella fotografia demografica, in effetti, l’aspetto più preoccupante non è la riduzione della numerosità della popolazione, che anzi potrebbe rallegrare chi ritiene che siamo già troppi a sovraccaricare e consumare le risorse ambientali e che l’Italia potrebbe trarre giovamento dall’essere meno densamente popolata. L’aspetto più preoccupante è che questa riduzione avviene a scapito delle fasce di età più giovani, quelle che garantiscono il futuro, incluse le pensioni e la sanità per gli anziani. Tra l’altro è un fenomeno che avviene anche a livello infra-nazionale: le regioni che perdono popolazione, specie giovane, per bassa fecondità e/o migrazioni interne sono quelle meridionali, mentre le regioni del Centro e soprattutto del Nord continuano ad avere un sia pur ridotto saldo positivo, perché attraggono sia persone da altre regioni, sia gli stranieri.
La parte di bassa natalità imputabile alla bassa fecondità in Italia non è causata da un minore desiderio di filiazione da parte dei giovani italiani rispetto ai loro coetanei di altri paesi. È dovuta alla troppo diffusa incertezza rispetto al lavoro, a redditi da lavoro spesso troppo bassi e senza ragionevoli garanzie di continuità, alle difficoltà ad accedere all’abitazione in un mercato della casa stretto tra l’ipertrofia della proprietà e affitti spesso costosissimi, alla troppo frequente esperienza di discriminazione sul lavoro, quando non di vero e proprio mobbing, fatta dalle giovani donne in quanto potenziali madri e dalle madri quando tornano dal congedo, con il risultato di avere sia uno dei più bassi tassi di occupazione femminile sia uno dei più bassi tassi di fecondità. È dovuta alla persistente difficoltà a conciliare le responsabilità e la cura di un figlio piccolo in un contesto di servizi per la prima infanzia scarsi e spesso costosi, un tempo pieno scolastico non sempre disponibile e di buona qualità. Sostenere le scelte positive di fecondità implica impegnarsi in politiche integrate e continuative che consentano ai giovani di poter pensare con ragionevole fiducia al futuro e creino contesti accoglienti sia per chi nasce e cresce, sia per chi mette al mondo.
I confronti internazionali mostrano che in Europa i tassi di fecondità più alti (anche se per lo più al di sotto del livello di riproduzione), perciò anche un minore squilibrio tra le varie fasce di età, si trovano nei paesi che offrono maggiori opportunità ai giovani, che sono meglio dotate di servizi, insieme più accoglienti per i bambini fin dalla nascita e più amichevoli nei confronti delle lavoratrici madri. I trasferimenti monetari sono importanti, se continuativi e di importo significativo, ma meno dei servizi educativi per la prima infanzia, del sostegno all’uguaglianza di genere, delle politiche di conciliazione.
Stante che le politiche di sostegno alla fecondità hanno effetti nel medio-lungo periodo, occorre anche sviluppare politiche dell’immigrazione più accoglienti, che favoriscano l’integrazione e la stabilizzazione delle famiglie e non considerino gli immigrati solo come forza lavoro a basso costo e possibilmente usa e getta. Senza gli immigrati, che sono mediamente giovani, saremmo una popolazione ancora più vecchia e con minore possibilità di rinnovamento demografico.
La questione è perfettamente riassunta e coincisa confusamente nel titolo, senza bisogno di calare in dinamiche asfittiche di cui questo paese non ne avrebbe più bisogno, con buona pace della professoressa scrittrice, ben inserita nei gangli del sistema da salvaguardare come da salvare da una caduta deflagrante al suolo; primo e ultimo la vita stessa è un processo inarrestabile in sé con l’inizio della morte in corrispondenza dell’inizio della vita , ed essendo, la vita, nella sue ampie accezioni, una questione oltre che un processo che si rinnova attraverso le generazioni, viene semplice pensare che tutto il sistema Italia sia ormai in una fase di decadimento e compromissione senza precedenti. Il conflitto nasce nelle guerre di acquisizione delle risorse che generano ricchezza e se gli stranieri comprano e hanno comprato come investito, grazie alle politiche di svendita dei governi, dando denaro immediato poi circuitato e obnubilato alla massa eterogenea che ne avrebbe avuto il diritto indiscutibile di usufruirne in quanto tasselli di quello stesso Stato, non è che poi restituiscano gratuitamente perché suolo battente bandiera tricolore, ma a parte quet’ultima volgare affermazione il gioco economico ha espropriato i giovani perché gli anziani si sono arroccati su posizioni da ancien regime, pensando troppo a se stessi, ai propri privilegi e a come mantenerli, vita Natural durante, senza più la parte sacra che guarda caso oltre che scalza resta sempre bambina o s’invola nelle magnifiche fantasmagorie di cui noi siamo indiscussi maestri. Invece la dialettica fra ricchezza sociale e cultura si è chiusa in spirali verticali e dissacrate, incapaci per ciò di aperture orizzontali e di sguardi verso l’abisso aborrito di una società sempre più povera e sola con un malcostume dilagante e becero; crescere socialmente ha significato , quindi, far perdere implicitamente i giovani nella battaglia della vita in una dinamica trasversale e sempre più senile che li ha automaticamente estrusi dai giochi di palazzo e potere . Per cui signora Saraceno, se volesse essere coerente con la sua missione identitaria, vada a farsi un giro fra i ghetti della periferia, vedrà come la sua analisi possa rinverdire di significati decisamente più oggettivi e finalmente con meno astruserie di minestre stra e stra riscaldate.
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Cordialità.
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Non ne possiamo più. La scienza ha gli strumenti per capire come risolvere situazioni, basta con i giri di parole al panettone. I toni forti non piacciono perché l’educazione al servilismo ipocrita ci ha resi estranei . Le università sono ladre! Non offrono altro oltre al diploma se non si è raccomandati in un circuito vizioso che stritola energie e linfe vitali per ingrassare gossip e ciarpame da saloni per parrucchiere e vanitosi al sapore di cipolla cruda! Se ne faccia una ragione, non uno scrupolo per muovere guerra a coloro che non si sono piegati alla diluizione e confezionamento di contenuti da gettonare e da dare in pasto alla risibile ipocrisia che vorrebbe trasformare tutto in un bello spettacolo, pure l’inferno. Inferno reso paradiso solo Per palati morbidi che hanno mangiato solo dolci e Pan di zucchero. Le periferie pullulano di veleni e di risorse che chiedono un riconoscimento e un aiuto a realizzare buoni progetti per le comunità libere in declino. Facile fare i lupi attorno ai recinti ben controllati e pecore al pascolo nelle sedi della cultura, quale cultura poi? Auguri.
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Ultimissima , come un treno preso a corsa, ma una persona oltre a laurearsi ed a perfezionare gli studi cosa dovrebbe fare? Andare a zappare l’orto della nonna ?!? Le tipologie di lavoro più diffuse sono per diplomati e quei pochi che si laureano sono costretti, a volte e per fortuna non sempre a trovare ripieghi a dir vero ripugnanti. È una vergogna che si propala a mille hertz dai palazzi, pullulanti di persone abituati a genuflessioni davanti all’oscuro e indiscernibile mondo del tesoro nascosto, dell’apriti sesamo e dei lavori di prestigio da afferrare con l’uncino di capitan America. Lavori di prestigio che parola vuole, possano apparire tali per essere in realtà ambivalenti: il prestigio del prestigiatore che si presta ad essere poco prestigioso.
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Anche basta con sti pipponi !
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