Massimo Gramellini – corriere.it) – Ancora una volta — stavolta a Ferrara, all’inaugurazione dell’anno accademico davanti a Mattarella — una studentessa ha ammesso in pubblico di avere pensato al suicidio dopo un insuccesso scolastico: il mancato superamento del test di ammissione a Medicina.

Ancora una volta un’esponente della nuova generazione ha contestato apertamente il mito della meritocrazia, il culto della performatività, l’idea che per valere qualcosa nella vita tu debba riuscire a importi meglio e in meno tempo degli altri. Un modello retorico che viene spacciato come l’unico possibile e come tale è subìto dai genitori, non contrastato dalla politica e alimentato dai media con l’esaltazione dei «super-studenti» e la diffusione di talent-show dove si è giudicati di continuo e conta solo arrivare primi.

Alla ragazza che ha lanciato il grido di dolore, Alessandra De Fazio, vorrei poter dire che è sempre andata così, ma sarei un bugiardo. Quando avevo la sua età, nessuno ti chiedeva di essere eccezionale. C’era la convinzione che i talenti non si riducessero a quelli che propiziano il successo in una determinata professione. Si indicavano a modello degli individui che oggi definiremmo dei falliti, solo perché non sono famosi o non hanno compiuto exploit straordinari, anche se vivono con maggiore serenità ed esprimono in altro modo il loro talento personale (tutti ne hanno uno). Sarebbe ora di togliere lucentezza al successo. Non tutta, ma un po’. Considerandolo per quel che è: un participio passato.