Il ritorno delle Province? Un semplice copia-incolla sarebbe davvero un delitto

Il centrodestra compatto dimentica i festeggiamenti per la loro abolizione. Come la mettiamo con le competenze, i dipendenti trasferiti, gli arredi, gli edifici?

 Il ritorno delle Province? Un semplice copia-incolla sarebbe davvero un delitto

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – «È così difficile essere seri?» Quasi dodici anni dopo lo sfogo su Facebook di Pier Ferdinando Casini, stufo del balletto indecoroso sul taglio d’una trentina di Province e convinto che il governo dovesse «fare un atto di serietà abolendole tutte», vale la pena di rifare la domanda. L’idea di tornare alle Province di una volta, con tanto di voto a suffragio universale, elezione dei presidenti e dei consiglieri e tutto il resto gettoni compresi, come pare dalle varie proposte della maggioranza di governo, resta infatti appesa al soffitto come un caciocavallo dalla crosta vecchia.

E poi? Le competenze che avevano su tanta parte della rete stradale, delle scuole e dell’ambiente? I dipendenti da anni trasferiti (guadagnando di più) a Regioni, ministeri, tribunali o centri per l’impiego? Gli edifici, gli arredi, i computer e il resto? Tutto come prima come nei vecchi filmatini del cinema in bianco e nero dove vedevi riavvolgere le pellicole e gli ometti camminare all’indietro al suono dell’organetto? E la riorganizzazione della macchina amministrativa che via via s’è espansa e polverizzata come già denunciava la Relazione 2018 della Corte dei Conti su «gli organismi partecipati dagli enti territoriali» fino a contare «oltre 7.700» società, enti, consorzi e così via con un totale di circa 356 mila dipendenti col risultato che «3.805 di questi enti strumentali (più della metà) occupano meno di 5 addetti» e «in 1800 casi un numero di addetti pari a 0»?

«Madonna che casino!», inorridirà qualcuno. Ma così è, spiegava già cinque anni fa il Censimento Istat delle amministrazioni pubbliche registrando 1.581 enti strumentali regionali e locali: 152 Comunità montane; 572 Unioni di Comuni; 54 aziende, enti e società per il turismo; 11 agenzie e società regionali per il lavoro; 44 agenzie regionali per l’ambiente e la formazione; 15 agenzie regionali per lo sviluppo agricolo e l’erogazione dei contributi in agricoltura; 107 enti di governo dei servizi idrici e/o dei rifiuti (ex Aato)…». Andiamo avanti? Magari bastasse ripristinare le vecchie Province, col loro carico di gestione «eletta dal popolo» ma pure di clientele, scandali, sprechi (pianoforti a coda da 120.000 euro per il salone di rappresentanza reggino, gite al Columbus Day di New York con cinque delegazioni provinciali campane al costo di 50mila euro ciascuna…) per riordinare il caos. Non è riavvolgendo il nastro che tutto si sistemerà magicamente come il vestito di Cenerentola attesa al ballo sotto il tocco magico della fata Smemorina.

E quella fata dovrebbe ridare un po’ di memoria a quanti alla vigilia del Ferragosto 2011 vollero dare in tutta fretta un segnale agli italiani furenti per i costi della (cattiva) politica. Il premier era Silvio Berlusconi («Delle Province non parlo perché vanno eliminate»), alla Semplificazione c’era Roberto Calderoli, alla Gioventù c’era Giorgia Meloni, all’Economia Giulio Tremonti, alla Difesa Ignazio La Russa con un sottosegretario di peso, Guido Crosetto, che sosteneva la necessità di «eliminare tutte le Province, senza toccare i piccoli Comuni che restano un “presidio sociale’’ utile ai cittadini, mentre sarebbe necessario un dimezzamento del numero dei parlamentari» e così via. Tutti schierati oggi tra i partiti che vogliono il ritorno di quelli che molti definivano allora «vecchi carrozzoni».

«Vorrei ricordare che la Lega fu l’unico partito a votare contro l’abolizione delle Province, pagando anche un prezzo elettorale: oggi tutti fenomeni a dire che se ci fossero state le Province si sarebbero pulite le strade», disse sei anni fa Matteo Salvini, che appena eletto segretario a fine 2013 si era battuto per «l’abolizione dei prefetti, simbolo di occupazione di uno Stato ladro sull’orlo del fallimento». Resta agli atti, però, La Padania di quel Ferragosto, con un titolone che diceva: «La Casta colpita al cuore. Calderoli: tagliate 50.000 poltrone». Più ancora trionfante era la dichiarazione all’Ansa dell’attuale ministro agli Affari regionali: «All’inizio di questa legislatura gli amministratori di Regioni, Province e Comuni erano 140.000 unità e con i vari interventi, compresa la manovra di oggi, a conclusione dei rinnovi elettorali passeremo da 140.000 a 53.000 con una riduzione di 87.000». Bum!

Il guaio è che il passo avanti verso una consapevolezza maggiore della necessità di fare dei tagli e avviare riforme profonde nell’organizzazione pubblica centrale e periferica, passo avanti allora riconosciuto in questo senso anche da avversari storici come Eugenio Scalfari, non affrontava di petto, dando forse la cosa per scontata, un tema fondamentale: tolte le Province, chi si sarebbe fatto carico delle sue competenze? E la domanda rimase lì, appesa, anche dopo il tentativo di riordino tentato subito dal governo Monti ma bocciato nel luglio 2013 dalla Consulta: trasformare radicalmente la natura e il funzionamento di un ente territoriale quali le Province non si poteva fare per decreto. Così come, l’anno dopo, si avviò al fallimento la riforma di Graziano Delrio che tentava sì di mettere ordine sulle competenze (tenendo in vita le Province solo come «enti di secondo grado») ma fu subito azzoppata dal governo di Matteo Renzi (lui pure ostile alle entità provinciali: «Il vero risparmio è abolirle tutte») e dalle sue finanziarie 2015 e 2016 segnate da tagli così drastici da esser denunciati dal presidente (dem) dell’Upi Achille Variati e dalla stessa Corte dei Conti come «manifestamente irragionevoli». Al punto di impedire di fatto un minimo di manutenzione di oltre 5 mila scuole e 130 mila chilometri di strade. Di più: il tutto fu agganciato alla riforma costituzionale renziana bocciata al referendum del dicembre 2016.

Tutto a monte. Tutto da rifare. Con le ambiguità di sempre. Basti ricordare che lo stesso contratto firmato nel 2018 tra Matteo Salvini Luigi di Maio per formare il governo gialloverde, che teoricamente avrebbe potuto rilanciare la battaglia leghista continuamente sbandierata dal leader del Carroccio, non conteneva neppure una citazione, in 17.964 parole (quasi il doppio di quelle usate da Marx e Engels per scrivere il «Manifesto del partito comunista») delle agognate Province. Manco uno. Solo un cenno a quella di Treviso presa ad esempio per la gestione dei rifiuti.

E lì torniamo: c’è da fidarsi che una nuova versione delle vecchie Province voluta da una destra apparentemente compatta (compreso Silvio Berlusconi, per bocca della capogruppo forzista Licia Ronzulli) possa trovare una mediazione saggia e corretta intorno a un tema come questo che ha visto finora troppe forzature, come ad esempio il raddoppio da quattro a otto delle Province sarde inclusa quella dell’Ogliastra con capoluoghi come Tortolì e Lanusei, poco più di cinquemila abitanti? Ed è davvero possibile che questa mediazione possa avere anche il via libera di una parte dell’attuale opposizione? Si vedrà. Certo è che il ripristino copia incolla di un’esperienza passata che non lasciò un buon ricordo sarebbe davvero un delitto.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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1 reply

  1. È la politica italiana. Sono i politici italiani. Parlare ed agire sull’onda delle sensazioni, dell’umore popolare, del proprio tornaconto personale.
    Troppo faticoso e troppo serio ed onorevole informarsi, studiare i dossier, parlarsi tra loro, maggioranza e opposizione, per approfondire assieme i diversi punti di vista senza preconcetti e una volta trovata “la quadra” agire per il bene e l’interesse del Paese e dei cittadini.

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