(Francesco Erspamer) – Mi pare giusto che il Marocco sia arrivato ai quarti di finale; è una buona squadra e la Spagna, che chiaramente è più forte ed elegante, ha pagato l’assenza di calciatori capaci di segnare, su azione o da fermo; come già insegnava Machiavelli nell’«Arte della guerra», a servirsi troppo di mercenari stranieri si diventa incapaci di combattere, e di giocare.

Tuttavia i marocchini avrebbero dovuto festeggiare l’inaspettata vittoria in Marocco, non in Italia o in Spagna. Se sono andati via dal loro paese e sono felici di non viverci più, vuol dire che non lo amano abbastanza, non al punto da sacrificarsi per esso; per cui avrebbero dovuto piuttosto tifare per i paesi che li hanno accolti. Se invece, come spesso accade, non ci si trovano bene e non si sono integrati, magari al punto da detestarli o odiarli, allora non capisco perché gli abitanti di tali paesi dovrebbero tollerare la loro esplicita estraneità o ostilità.

Sono stati i liberal e i liberisti ad avere sviluppato la teoria che le comunità, la solidarietà e il senso di appartenenza siano un male, forme di fascismo; per cui stanno sempre dalla parte di chi le rifiuta in nome della libertà di sentirsi e fare ciò che gli pare, indifferente al giudizio collettivo, ossia alla morale. Da qui il culto della mobilità celebrato ogni giorno dai media delle multinazionali, a indurre milioni di giovani a dimenticare le proprie radici, tradizioni e responsabilità sociali per cercare altrove…, cosa?, nient’altro che la possibilità di «realizzare» o «esprimere» sé stessi, cioè il proprio egoismo ed edonismo, incuranti dei doveri pubblici ma pronti a lottare per i diritti privati. Si capisce meglio, retrospettivamente, la violenza dell’opposizione pregiudiziale al comunismo da parte dei ceti emergenti, non a caso in concomitanza con quella nei confronti della Chiesa e delle religioni in genere (eccetto quelle altrui e pertanto esotiche): la società dello spettacolo, del consumismo compulsivo e delle nuove tecnologie non tollera alcuna costrizione collettiva, che si tratti di regole (da qui la mitica «deregulation»), consuetudini, o vincoli di lealtà e di onore (da qui la mitica «privacy»).

Contro questa concezione individualistica dell’esistenza, frammentaria nei dettagli ma strutturalmente monopolistica, rivendico la reale varietà di comunità autonome, distanti, aliene. Una varietà che richiede grande tolleranza appunto perché non si pretende di imporre pochi valori universali e umani (guarda caso, i propri) bensì si accetta la molteplicità e inconciliabilità dei valori locali e culturali. L’America agli americani, l’Italia agli italiani, il Marocco ai marocchini; e anche la Catalogna ai catalani, il Sahara ai sahrawi e l’Alto Adige agli altoatesini, se i popoli che li abitano desiderano staccarsi dalla Spagna, dal Marocco e dall’Italia. A ciascuna collettività il proprio cibo, la propria moralità, i propri costumi, le proprie leggi, la propria lingua e la propria bandiera. Tante diversità separate (che non significa impermeabili).

La diversità promossa da liberal e liberisti è tutt’altro: una Diversità Unica, simboleggiata dalla bandiera arcobaleno, tanti colori ma gli stessi ovunque, esattamente come gli stessi sono i computer, i telefonini e le tecnologie delle multinazionali, e come unica è la lingua che usano e impongono, l’inglese. In sostanza, un’unica ideologia, un’unica cultura, un unico potere per dominare e controllare miliardi di individui atomizzati e incapaci di organizzarsi.

Lo si dovrebbe chiamare impero e piace ai molti che non sopportano il disagio di restare sé stessi anche quando gli altri non la pensano e non agiscono nel medesimo modo né hanno le medesime priorità. Provano allora a colonizzarli ma se necessario sono pronti a lasciarsi colonizzare essi stessi, purché si raggiungano una verità univoca, un’etica unificata e una legge assoluta che li sollevino dai dubbi e dalle oscillazioni. In passato auspicavano totalitarismi nazionali ma oggi le tecnologie non consentono l’isolamento che era necessario per realizzarli; e allora auspicano un totalitarismo globale. In sostanza sono dei conformisti che pur di non uscire mai dalla loro zona di conforto l’hanno estesa alla Terra intera omogeneizzandola; per cui si sentono a loro agio se trovano i medesimi cento o anche mille formaggi in ogni luogo. Io invece preferirei trovare negli alimentari della mia città solo venti tipi di formaggio ma sapere che in un’altra città ce ne sono venti differenti e altri venti in ciascuna altra città dell’Italia e del pianeta per un totale di decine o centinaia di migliaia, benché da me irraggiungibili. Difendendo la diversità del mio paese difendo la diversità del mondo.