Il caso dell’ordigno caduto in Polonia dimostra come parte della Nato sia sotto ricatto dei guerrafondai, che fanno sponda con Zelensky per un conflitto che per loro non deve avere fine. Un missile, due missili, un pezzo di uno, due pezzi di due, ucraini o russi hanno ucciso due persone […]

(DI FABIO MINI – Il Fatto Quotidiano) – Un missile, due missili, un pezzo di uno, due pezzi di due, ucraini o russi hanno ucciso due persone nel villaggio di Przewodow (413 abitanti) nella Galizia polacca, al confine con l’Ucraina la cui parte occidentale comprende il resto della Galizia storica fino a Leopoli.

Regione che deve sempre “ringraziare” qualcuno per averla dominata, occupata, smembrata e ripulita etnicamente. Mentre a Bali si tessono possibili strategie di distensione anche nella questione ucraina, la preoccupazione del presidente Zelensky è che il sostegno politico, militare ed economico occidentale, ma soprattutto degli Stati Uniti, diminuisca. La sua arringa al G20 è stata una delle più pesanti manifestazioni anti-russe mai pronunciate e per questo tra quelle meno efficaci nel contesto di un forum che si prefigge di favorire l’internazionalità economica e la concertazione fra tutti i partecipanti. Il che presuppone un minimo di rispetto reciproco. I missili in Polonia, per qualche ora, hanno offerto a Zelensky l’occasione per rammentare agli Usa e alla Nato gli impegni assunti con il suo Paese e le conseguenze di una eventuale flessione del sostegno. Il primo reporter polacco (Mariusz Gierszewski di Radio Zet) intervenuto sul posto delle esplosioni le aveva già attribuite a “un missile lanciato dall’Ucraina”. Non era ancora ben chiaro se fossero stati i resti di un missile russo abbattuto dalla contraerea ucraina o un missile della stessa contraerea “finito” in territorio polacco. La Russia non c’entrava niente e le stesse autorità polacche si astenevano da giudizi affrettati.

Il presidente Biden da Bali, appena ricevute le prime valutazioni del Pentagono, giudicava “improbabile” si trattasse di un missile lanciato dalla Russia. Il che significava che i suoi esperti lo avevano già escluso, ma lui dal luogo del più grande consesso di paesi sviluppati non poteva smentire del tutto la versione di Kiev. Tant’è che “riservandosi accertamenti” non perdeva occasione per unirsi al coro di condanne contro Mosca. Nel frattempo, Zelensky intascava il consenso e il sostegno generale con la propria versione dell’episodio. Scartava subito qualsiasi responsabilità ucraina attribuendola invece a un attacco deliberato dei russi alla Nato. “I missili russi hanno colpito la Polonia, il territorio Nato… è un attacco missilistico russo alla sicurezza collettiva. C’è un’escalation significativa, bisogna agire”. Gli faceva eco il suo consigliere Mykhailo Podolyak, che apriva la strada all’ennesima mistificazione affermando: “Gli attacchi sul territorio della Polonia non sono un incidente, ma un atto deliberatamente pianificato dalla Russia, camuffato da ‘errore’. Condoglianze ai morti (sic)”.

Purtroppo, siamo abituati a queste dichiarazioni, ma non sono semplice propaganda difensiva. Ormai le versioni di Kiev sono accreditate come verità inconfutabili ed è a questa versione che si è subito opposta la Russia affermando che “è in atto il tentativo di creare i pretesti per una escalation della guerra a livello globale”. E anche questa, purtroppo, non è propaganda difensiva: la Russia sa bene che il rischio di escalation da parte della Nato può venire da un pretesto artificioso, da un vero o falso incidente o da una provocazione qualsiasi.

A confermare il timore russo e ad anticipare le prevedibili ritorsioni, non è tanto l’incidente in sé, quanto lo sfruttamento immediato dell’evento e la sua rappresentazione. Se gli Stati Uniti, la Nato e l’interessata Polonia sin dall’inizio avevano frenato nei giudizi avventati, i Paesi baltici avevano già dato fuoco alle polveri. Lettonia, Lituania ed Estonia hanno incolpato la Russia e richiesto un’azione immediata collettiva: “il territorio della Nato deve essere difeso da attacchi esterni”. Tutti i Paesi europei si sono schierati con la povera Polonia e con la vittima Ucraina condannando la Russia, a prescindere.

A Bali si è tenuto un vertice G7 e Nato eccezionale pensando alle ritorsioni. Si è parlato, erroneamente, dell’art. 4 del Trattato Atlantico come preliminare dell’art. 5. In realtà il primo prevede soltanto la consultazione tra i membri e il secondo non dispone il ricorso alla forza in maniera automatica e obbligatoria nemmeno in caso di attacco armato deliberato. Infatti, ogni Paese membro “assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata”. Tuttavia, le forze militari della Nato sono state allertate, anche queste a prescindere, innalzando il rischio di altri “incidenti”; i vertici militari di ogni Paese hanno ripetuto il mantra della determinazione della Nato a difendere “ogni centimetro di territorio dei Paesi membri” e sono state rinforzate le difese terrestri ai confini. Dopo alcune ore, di fronte all’evidenza e non potendo cambiare i fatti, il Segretario generale della Nato, ha ripreso l’antica tradizione di cambiare nome agli eventi. In Kosovo le vittime civili erano “danni collaterali”; in Ucraina il pretesto per allargare la guerra è stato “uno sfortunato incidente”.

Non un cenno al fatto che se lo sfortunato incidente ucraino fosse capitato ai russi saremmo già in piena guerra mondiale. Nessun sospiro di sollievo per un pericolo scampato. Anzi, si sono percepiti imbarazzo e irritazione, perché l’evento non aveva dato luogo a una escalation militare. Irritazione confermata dal corale ricorso alla condanna della Russia per i bombardamenti, e “quindi” responsabile anche delle azioni legittime e illegittime, deliberate e casuali compiute dall’Ucraina. Tutto sommato anche questa ipocrisia dovrebbe insegnare qualcosa di positivo: dovrebbe mettere in guardia dalle facili strumentalizzazioni, dalla spregiudicatezza di certi governanti, dall’innamoramento per i luoghi comuni e le narrazioni a senso unico, dalla manifesta volontà di vertici e Paesi europei, Nato e non Nato, di usare le armi come primo strumento per ogni difficoltà e, non ultimo, dalla incapacità di molti Paesi Nato e aspiranti tali di ottemperare al requisito fondamentale di migliorare la sicurezza collettiva.

Di fatto, la Nato e l’Unione europea sono invece ostaggi di chi rigetta tale requisito e cerca di peggiorare la sicurezza fomentando e alimentando una guerra continentale, come minimo. Se questo requisito fosse stato rispettato e fatto rispettare nel passato, la Nato a 30 Paesi membri non ci sarebbe. E se oggi fosse effettuata un’accurata verifica di tale requisito per tutti i Paesi già membri e aspiranti, almeno undici di essi dovrebbero essere cacciati o non ammessi perché attivamente impegnati nella creazione dell’insicurezza all’interno e ai confini dell’Alleanza e altrettanti perché colpevolmente ininfluenti.