Gli enormi aiuti statali dovranno comportare il controllo dei prezzi e la pianificazione degli investimenti in rinnovabili. Il mercato interno ha fallito nel compito. Trent’anni fa veniva firmato il trattato di Maastricht che ha dato vita all’Unione europea, realizzando il progetto di un grande mercato unico che avrebbe inglobato 450 milioni di europei […]

(DI GIULIANO GARAVINI – ilfattoquotidiano.it) – Trent’anni fa veniva firmato il trattato di Maastricht che ha dato vita all’Unione europea, realizzando il progetto di un grande mercato unico che avrebbe inglobato 450 milioni di europei. Le certezze e le architravi giuridiche sulle quali si era costruito il progetto stanno però vacillando sotto il peso dei prezzi energetici alle stelle, dell’inflazione, del declino dei salari reali.

La devastante crisi che energetica che stiamo vivendo non è certo la prima crisi dell’Ue. Basti ricordare il fallimento del progetto di una Costituzione europea, la crisi finanziaria che ha messo in discussione l’esistenza stessa della moneta unica, l’ascesa di movimenti populisti che ha avuto nella Brexit il suo simbolo più alto e, infine, la recessione economica innescata dal Covid. Ad ognuna di queste crisi l’Ue ha reagito più o meno bene, ma sempre con creatività: si pensi al “whatever it takes” di Draghi che ha riacciuffato l’euro per i capelli, o al Next Generation EU che ha inaugurato l’indebitamento comune per superare la recessione. Eppure, fino ad oggi, gli architravi “mercatisti” sui cui poggia l’Unione europea non sono mai stati posti seriamente in discussione.

Si è paragonata la crisi di oggi agli choc petroliferi degli Anni 70. Per molti versi, la situazione di oggi è più preoccupante. In primo luogo non è solo una crisi petrolifera, ma di tutto il sistema energetico. In secondo luogo arriva dopo un trentennio di scarsa crescita e forte aumento delle diseguaglianze sociali. In terzo luogo non se ne può uscire rilanciando fonti fossili a basso prezzo (come negli Anni 70): se pure esistessero, dovrebbero essere lasciate sottoterra per non alimentare il riscaldamento globale. Inoltre i Governi europei hanno perso il controllo diretto dei prezzi, degli investimenti e della pianificazione energetica che detenevano negli Anni 70.

I segnali di un ritorno in auge dello Stato sulle due sponde dell’Atlantico sono evidenti. Il Next Generation EU e il recente Inflation Reduction Act americano prevedono massicci finanziamenti al settore verde. Bruxelles, sotto il peso della crisi, sta lasciando spazio a provvedimenti impensabili anche solo pochi mesi fa, per un totale che ha finora raggiunto i 350 miliardi. Sono stati introdotti tetti ai prezzi delle bollette (solo in Gran Bretagna potrebbe costare fino a 150 miliardi di sterline); tetti ai prezzi del gas utilizzato per produrre energia elettrica (Spagna e Portogallo); blocco degli adeguamenti tariffari sul mercato libero e tassazioni sugli “extra-profitti” delle società energetiche (Germania e Italia); bonus per aiutare famiglie povere e imprese energivore nonché tagli alle accise; sono state erogate doti finanziarie alle imprese energetiche (Germania, Svezia, Austria) che costituiscono aiuti di Stato. Sempre più insistentemente si parla di riduzione di consumi energetici e possibili razionamenti. Il recente Consiglio Ue dell’Energia ha approvato questo mix di misure chiedendo però che siano “temporanee” e “preservino i fondamentali del mercato interno dell’energia”.

Ma queste misure potranno essere solo temporanee? In primo luogo, quando si parla di modificare il “market design”, impedendo al produttore marginale di elettricità (le centrali a gas) di determinare il prezzo questo è l’anticamera di una regolazione talmente invadente da decidere il tasso di profitto degli operatori, un passo deciso verso il considerare il comparto energetico un servizio pubblico. Inoltre, tutto lascia pensare che i Governi Ue non si fermeranno a “ridisegnare il mercato”. Una volta che cittadini e imprese in difficoltà si renderanno conto dell’alluvione di denaro pubblico usata per tenere in piedi società energetiche che non hanno garantito la sicurezza degli approvvigionamenti e non hanno investito in rinnovabili, cominceranno a chiedersi se i loro sacrifici sono ricompensati. Allora i Governi dovranno decidere tagli agli stipendi dei manager, blocco dei dividendi, vincoli agli investimenti verdi, persino la partecipazione statale in società energetiche in crisi.

In principio, tutto questo è ancora compatibile con il “libero mercato dell’energia” Ue. Però, una volta introdotti tetti ai prezzi delle bollette, negoziazioni comuni con fornitori “amici”, margini di profitto imposti, vincoli agli investimenti, nazionalizzazioni etc., qual è la differenza tra il libero mercato e un comparto sotto controllo statale? L’ultimo passo è solo il massiccio ritorno dello Stato (stile nazionalizzazione di Edf) nella produzione di energia rinnovabile, nella pianificazione degli investimenti e nella politica dei prezzi. Non è detto che non si imbocchi anche questa strada, magari questa volta con imprese pubbliche non nazionali ma europee.