Edilizia e servizi immobiliari hanno trainato la ripresa record di cui si vanta il governo, che però ha contestato e boicottato la misura-traino. Un’Italia lontana anni luce da ciò che è rappresentato oggi sui media è quella che l’Istat ha fotografato nei dati diffusi ieri sul Prodotto interno lordo […]

(DI FRANCESCO LENZI – ilfattoquotidiano.it) – Un’Italia lontana anni luce da ciò che è rappresentato oggi sui media è quella che l’Istat ha fotografato nei dati diffusi ieri sul Prodotto interno lordo del secondo trimestre. Il Pil è rilevato in crescita dell’1,1% rispetto al trimestre precedente, aumentando ancora la stima preliminare diffusa circa un mese fa, che lo vedeva a +1%. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno la crescita è stata +4,7%. Per fare un raffronto con gli altri grandi Paesi della zona euro, nello stesso periodo la Germania ha registrato una crescita dello 0,1% sul trimestre e del 1,7% rispetto al secondo trimestre 2022, la Francia +0,5% e +4,2%. Abbiamo in questo modo non solo recuperato il Pil perso durante la pandemia, ma superato Germania e Francia nella crescita cumulata dall’ultimo trimestre 2019: per l’Italia +1%, per la Germania 0% e per la Francia +0,9%. Un risultato non certo scontato e che va contro la tendenza degli ultimi anni che ci ha visti sempre dietro le altre grandi economie continentali.

È perciò interessante cosa abbia determinato questo risultato, quali comparti abbiano contribuito maggiormente. Non è certo stata una ripresa guidata dai consumi interni, che rimangono ancora, trimestralmente e a prezzi costanti, 3,8 miliardi sotto i livelli pre-Covid. Non è nemmeno la domanda estera che, con l’impennata delle importazioni dovute all’aumento dei costi energetici, ha ridotto il contributo netto alla crescita economica. Sono perciò stati gli investimenti che, potremmo dire finalmente, hanno ripreso slancio con la ripresa dell’attività dopo il lockdown. Ma quello che risalta è che tre quarti di questo aumento degli investimenti è concentrato in due singole voci: investimenti in abitazioni, cresciuti più del 33% in due anni e mezzo, e in fabbricati non residenziali e altre opere, cresciuti anch’essi del 24%. Solo 3,6 miliardi dei 13,7 complessivi di aumento degli investimenti sono generati in settori diversi dall’immobiliare.

Insomma, quella in corso fino alla metà di quest’anno è stata una ripresa basata sul mattone. Anche i dati sul valore aggiunto lo confermano: il valore aggiunto trimestrale registrato a fine giugno era superiore a quello della fine del 2019 di circa 4 miliardi e il settore delle costruzioni e dei servizi all’immobiliare avevano aggiunto valore per quasi 7 miliardi. Senza questo boom nel settore immobiliare, il valore aggiunto da tutti gli altri settori della nostra economia sarebbe ancora inferiore a quello precedente la pandemia.

In questo contesto l’indiziato numero uno per spiegare perché il settore delle costruzioni, soprattutto quello delle abitazioni civili, abbia avuto questa crescita improvvisa è sicuramente il tanto bistrattato “Superbonus 110%”.

È dall’inizio del 2021 che gli investimenti in abitazioni iniziano ad aumentare, rispetto alla tendenza storica che negli ultimi anni è stata di circa 17 miliardi a trimestre, proprio in coincidenza con l’avvio del Superbonus, raggiungendo i quasi 23 miliardi dell’ultima rilevazione. L’aumento rispetto al trend di circa 6 miliardi è simile ai dati che l’Enea diffonde periodicamente sull’importo dei lavori conclusi per trimestre nell’ambito del Superbonus.

Serviranno studi più approfonditi, ma sembra evidente che una buona parte dei lavori attivati con l’incentivo al 110% siano lavori aggiuntivi rispetto a quelli che normalmente le famiglie italiane contano di realizzare. L’elevato ammontare medio dei lavori, la radicalità degli interventi e il clima di sfiducia post-pandemia, supportano però la tesi che se non ci fosse stato il bonus non ci sarebbero stati nemmeno questi investimenti. Sembra così legarsi principalmente a questa misura la crescita che abbiamo avuto nell’ultimo anno e mezzo. Una misura che è certamente molto generosa, a forte rischio di frode e che non può diventare strutturale per l’elevato costo pubblico, ma sembra sempre più evidente che sia stata, seguendo la tradizionale capacità del settore delle costruzioni di mobilitare in breve tempo la crescita, la misura cardine a spingere gli ottimi, per molti versi sorprendenti, risultati di ripresa economica raggiunti in questo anno e mezzo. Di questo dovrebbe esser conscio anche l’attuale esecutivo, che non ha perso occasione per contestare il Superbonus e limitarne l’utilizzo, salvo però godersi i frutti della crescita che ha generato.