Pd, più sederi che seggi

La tonnara dem. I colonnelli assediano il leader (il loro piano B è fare i capilista). Ma da Bologna Bonaccini avvisa: “Qui niente paracadutati”. Non c’è gioco più feroce di quello delle sedie elettorali. Finisce la musica e puff!, ti ritrovi in piedi, sperduto in fondo al listino proporzionale o mandato […]

(DI LORENZO GIARELLI – Il Fatto Quotidiano) – Non c’è gioco più feroce di quello delle sedie elettorali. Finisce la musica e puff!, ti ritrovi in piedi, sperduto in fondo al listino proporzionale o mandato a far la guerra là dove ogni centro di ricerca ha già assicurato la vittoria del nemico.

Enrico Letta potrebbe presentare già oggi la lista “Democratici e Progressisti”, ma avrà tempo fino al week end per risolvere il suo personale cubo di Rubik, con l’impresa tutt’altro che semplice di salvare i big del partito e al contempo non scontentare le segreterie regionali e provinciali, già sul chi va là rispetto all’arrivo di candidati calati da Roma dalla sera alla mattina. E le grane non mancano soprattutto perché molti di questi nomi noti si sono messi in fila per i collegi più ambiti, come quelli in Emilia-Romagna, ricevendo però da Letta un muro inaspettato: questa volta, almeno negli uninominali, i paracadute dovranno essere al minimo; e quindi anche i big – è il pensiero del segretario – vadano a guidare i listini nelle proprie circoscrizioni.

Il caso Emilia. Il nodo centrale di questo ragionamento è l’Emilia-Romagna, unica Regione dove il Pd può ancora contare su una manciata di seggi sicuri all’uninominale.

Qui si eleggono 29 deputati (di cui 18 al proporzionale) e 14 senatori (9 al proporzionale). Totale: 43 posti di cui la maggioranza rischia comunque di andare alla destra. Naturale che non si potrà accontentare tutti, anche perché la lista dei dem interessati a un posto al Sole emiliano è infinita. A cominciare da Dario Franceschini, che pur di Ferrara si è intanto preparato un piano B da capolista al Senato a Napoli, per il cui benessere culturale si è molto battuto in questi ultimi mesi di governo. Poi c’è Andrea Orlando, spezzino ma con sviluppata passione per Parma e Piacenza. E ancora Piero Fassino, già nel 2018 eletto tra Ferrara e Modena e ancora in cerca del collegio giusto. Ieri il Corriere ha perfino ipotizzato una corsa di Emma Bonino all’uninominale di Bologna, proprio dove quattro anni fa il Pd sostenne Pier Ferdinando Casini: dall’entourage di +Europa si limitano a dire “di averlo appreso dai giornali”, aggiungendo che “i ragionamenti sui collegi non sono ancora stati fatti”. A ben vedere, tutt’altro che una smentita.

Poi c’è Beatrice Lorenzin, che fu eletta all’uninominale di Modena e spera nella riconferma, forte dell’apprezzamento della segreteria locale. Ma pure il ministro Lorenzo Guerini, lombardo di Lodi finora sempre in corsa nella sua Regione, ma col problema del taglio dei seggi e dell’annunciato cappotto della destra nel giardino di casa.

Si è chiamato fuori invece Gianni Cuperlo, un altro che pareva certo di rientrare in Parlamento passando proprio dall’Emilia: correrà, ma fuori dalla Regione.

D’altra parte i posti iniziano a scarseggiare e c’è da fare i conti con i dirigenti locali. Ieri il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini lo ha detto chiaro alla Stampa: “Mi auguro che i paracadutati da Roma siano pochi o nessuno: se ti ritieni leader, prendi i voti a casa tua”. Non a caso da giorni è in missione a Roma il segretario regionale dem Luigi Tosiani, impegnato nei continui vertici con Letta e Francesco Boccia per definire i paletti alle candidature.

L’unica sicura del posto, a Bologna, è Elly Schlein, la “vice” di Bonaccini che piace sia agli emiliani che al Nazareno. Sul resto, “valutazioni in corso”, dicono dal Pd.

Dunque ancora non può dirsi tranquillo l’ex sindaco di Bologna Virginio Merola, mentre per l’uscente Andrea De Maria e per Sandra Zampa non dovrebbero comunque esserci problemi. Il Nazareno vorrebbe promuovere anche Valentina Cuppi, che del Pd è presidente, ma che non è stata indicata tra i candidati della sezione bolognese. Se il Nazareno imporrà dei nomi – è il ragionamento dall’Emilia – che almeno non siano estranei alla Regione. Se così fosse, però, la processione dei big sarebbe definitivamente vana e per loro la prospettiva si ribalterebbe: inutile, a quel punto, mettersi in cerca di collegi uninominali sicuri (non ce ne sono), molto meglio un posto da capolista in una circoscrizione contendibile.

Toscana e pizzini. Il principio vale soprattutto in Toscana, dove le ultime simulazioni dell’Istituto Cattaneo assegnano non più di 3 collegi uninominali certi al centrosinistra. Una miseria che ha messo in fuga i pretendenti, perché già solo per accontentare gli uscenti il Pd dovrebbe fare i miracoli, tanto è vero che c’è chi, come Luca Lotti, rischia di lasciare il Parlamento.

In più, in Toscana potrebbe arrivare Roberto Speranza in quota Articolo 1 (Paolo Ciani di Demos dovrebbe invece avere un posto a Roma o dintorni) mentre Enrico Letta vorrebbe candidare il pistoiese Marco Furfaro, già da tempo nello staff del partito a Roma. E soprattutto in prima fila c’è Simona Bonafè, europarlamentare e segretaria regionale che ambisce a tornare in Parlamento. Va da sé che non c’è posto per tutti.

Chiudere le liste poi significa avventurarsi negli slalom. Ieri, per esempio, in Puglia alcuni movimenti civici vicino al presidente di Regione Michele Emiliano hanno scritto a Letta chiedendo “un tavolo di confronto” sulle candidature e lasciando un pizzino al segretario: “Questa situazione non è rispettosa per i movimenti civici che rappresentiamo e, tra l’altro, non è utile per il Pd”. Il senso è chiaro: il segretario non abbia l’arroganza di fare le liste senza coinvolgere gli uomini vicini a Emiliano.

E se Francesco Boccia, che a differenza di altri non ha rapporti conflittuali col presidente, se la giocherà da capolista al Senato, a qualcuno rischia di andare peggio. Per esempio a Dario Stefàno, con un piede fuori dalle liste dopo due mandati a Palazzo Madama. Tra gli uomini di Emiliano, invece, largo al Capo di gabinetto Claudio Stefanazzi, pronto proprio per il Senato.

Una situazione che ricorda quella della Campania, altra Regione dove il peso del governatore si fa sentire. E così il Pd, che deve garantire gli interessi di Luigi Di Maio, non può non assicurare un seggio a Piero De Luca, figlio del presidente Vincenzo. Non solo: i dem potrebbero portare in Senato anche Fulvio Bonavitacola, vicepresidente della giunta e braccio destro di De Luca senior.

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2 replies

  1. Se non avrò grandi soddisfazioni per il risultato previsto per il Movimento, almeno gioirò il 27 quando vedrò tanti trombati del Partito Disonesti e dintorni. E se sarà un’ ecatombe, festeggerò a Champagne di marca

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