La prima cosa che colpisce, dell’eterna faida tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, è la noia. È davvero spaventoso constatare come il Movimento 5 Stelle sia diventato dal governo Draghi in poi una forza politica quasi sempre pallosa, prevedibile, cloroformica e inutile […]

(di Andrea Scanzi – Il Fatto Quotidiano) – La prima cosa che colpisce, dell’eterna faida tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, è la noia. È davvero spaventoso constatare come il Movimento 5 Stelle sia diventato dal governo Draghi in poi una forza politica quasi sempre pallosa, prevedibile, cloroformica e inutile. La seconda cosa che par giusto dire, se proprio ci si prende la briga e (non) il gusto di parlare dell’ennesima baruffa chiozzotta grillina, è che dietro tutto questo c’è senz’altro una forte componente psichiatrica. E qui tocca parlare di Di Maio. L’attuale ministro degli Esteri è sempre stato scaltro e democristiano. Lo era pure quando urlava in piazza, gridava dai balconi o incontrava i gilet gialli. I Luca Bizzarri, che capiscono di politica come di comicità, lo hanno sempre trattato come un mezzo mentecatto. Macché: Di Maio, congiuntivi e cantonate geografiche a parte, poteva sembrare uno sprovveduto incapace solo a chi lo detestava a prescindere. È sempre stato perfetto per la politica: studioso, sveglio, ambizioso e furbino. Oggi è per distacco uno dei migliori politici under 40 d’Italia. Il miglior Di Maio mancherà eccome ai futuri 5 Stelle. Mancherà la sua capacità di muoversi, la sua passione d’un tempo, il suo esser concavo e convesso in tivù (e non solo in tivù). L’accoppiata “poliziotto buono & poliziotto cattivo”, che Di Maio interpretò con Di Battista nella campagna elettorale 2018, resta un unicum elettorale irripetibile. Oggi però Di Maio è un’altra persona e un altro politico, come confermano gli attestati di stima di chi – se solo potesse – bombarderebbe i 5 Stelle (e avrebbe bombardato Di Maio stesso fino all’altroieri). Vederlo lodato da Lady Mastella fa pena, vederlo sorridere con De Luca o applaudire Casini mette malinconia.

Cosa sia accaduto attiene appunto alla psichiatria. Verosimilmente ha mal sopportato il successo di Conte durante la pandemia, reputando insopportabile che quel carneade – scelto da lui e Bonafede – fosse divenuto così popolare. Da qui le prime crepe, divenute crateri e macerie. L’avvento di Draghi, verso cui Di Maio prova la stessa attrazione cieca che ha Adinolfi per le figuracce, ha fatto il resto. I sabotaggi in Parlamento, la guerra per il Quirinale, il pretesto dell’atlantismo. Oggi Di Maio è lo Schettino dei 5 Stelle e tenerlo ancora a bordo è da pavidi, da masochisti e da scemi. Non cacciarlo è da scemi. Di Maio si è imbullonato alla poltrona (qualsiasi poltrona), è un politico di professione e incarna al meglio tutto ciò che i 5 Stelle odiavano fino al 2018. Il M5S ha cacciato gente per molto meno, e a cacciare era Di Maio stesso. Non si capisce cosa aspettino ad allontanarlo. Ci guadagneranno tutti. Di Maio, che ora ha meno consensi della Boschi, si accaserà in qualsiasi partito: a lui ormai va bene tutto, il talento ce l’ha e il pelo nello stomaco pure. E Conte ci guadagnerà perché avrà meno serpi in seno. Numericamente non esiste problema: Di Maio non ha voti e al massimo lo seguiranno 15 scalzacani travestiti da parlamentari. Il secondo mandato è sempre stata una regola demagogica, come quell’altra boiata dell’“uno vale uno” (Giarrusso vale Conte?), e al prossimo giro andranno date deroghe di terzo mandato a quei pochi che lo meriteranno. L’unico futuro (se esiste) per i 5 Stelle coincide con Conte. L’ex presidente del Consiglio deve cacciare Di Maio e derivati, radere al suolo la (cosiddetta) classe dirigente, aprirsi alla società civile e diventare il punto di riferimento del radicalismo civico. Questa lotta nel fango tra poveri ha davvero frantumato a tutti le gonadi. Finitela con questo spettacolo patetico e inverecondo.