
(Domenico Quirico – la Stampa) – L’Ucraina è nuda come un calvario. A guardarla, confessiamolo, viene l’illusione che la storia e il destino l’abbiano scelta per chiarire irrevocabilmente che la guerra non è una fatalità, ma semplicemente un delitto. Lo penso ascoltando i racconti che mi fanno gli ucraini che la stanno vivendo. Come tutti coloro che ne hanno fatto la prova, come vittime o testimoni, non possono più limitarsi a pensare in modo generico che la guerra sia un male. Chi l’ha vissuta può giurare che è un crimine, un delitto. Riconosciuta questa realtà pretendere che sia condotta in modo legale è illusione di ingenui.
Anche quelle nostre, le guerre dell’Occidente erano semplicemente, banalmente, delitti. Meglio ripeterselo, ad alta voce perché il torbidume, il fluttuare dei discorsi nella terra di nessuno tra il vero e il falso, accompagna quella che ha teatro l’Ucraina come avviene in tutti i delitti. Con il passare dei giorni il progetto occidentale, sacrosanto, di difendere gli ucraini e annullare l’aggressione russa (ormai più una necessità di sopravvivenza propria che un gesto umanitario verso altri) sembra incrostarsi di nuovi scopi, di ambizioni più complesse.
Diciamolo: ormai scopertamente, a Washington e nelle capitali dell’Alleanza che è passata dalla irrilevanza degli anni scorsi al pericoloso fascino della causa giusta, si punta più in alto. Gli ucraini a carissimo prezzo resistono, allungano la cronologia dall’assalto finale russo. Basta guardarla questa guerra come si è ramificata in un andamento di epidemia, di alluvione senza logica apparente: fronti impalpabili, assedi, rare città conquistate e a caro prezzo.
Per questo si comincia a mormorare che forse è l’occasione giusta per spazzar via, dando una mano a quella che sarebbe una clamorosa, irrimediabile sconfitta, lo stesso Putin dalla geografia biografica del ventunesimo secolo con il suo strascico di insolubili antitesi, con i suoi schemi svuotati nel corso della storia, i suoi oligarchi incapaci di rinnovamento, con la sua sete di potenza e di potere , incapace di comprendere una compiuta unità umana. Insomma, un altro spettacolare ’89 per far voltare pagina a un Paese dove l’opposizione non è un servizio pubblico ma un delitto.
Mi pare di intravedere nei toni americani questa tentazione pericolosissima. Mettere in piedi e alimentare un Afghanistan ma al centro d’Europa dove sfiancare, allungando con l’ossigeno di munizioni e armamenti, la resistenza ucraina come un tempo, anni Ottanta, fu tenuta in piedi la guerriglia dei mujaheddin sulle montagne di Kabul contro l’Armata rossa. Insomma metterne a nudo le magagne, sfinirla anche moralmente con una guerra crudele, via via più penosa, disonorevole con il passare delle settimane e dei mesi perché senza vittoria.
Feroce per i soldati russi che la combattono quanto per la resistenza, perché costretti a ispessire il massacro via via che districarsene e tornare a casa si rivela sogno irraggiungibile. Il popolo russo, bolscevico o putiniano che sia, non ha spirito combattivo come si pensa, ma soltanto una gran capacità di soffrire dalla quale, in Afghanistan come in Ucraina, dirigenti incapaci non sanno che cavar altro che sconfitte.
L’agonia finale dell’Unione sovietica, svelata da quella guerra crudele e inconcludente nelle sue miserie quotidiane, nel vecchiume di una propaganda ormai sgonfia, non iniziò proprio a Kabul? Perché il ventennio putiniano dunque non dovrebbe avviarsi alla fine nelle mischie urbane di Kharkov e Odessa, e in queste steppe di una Scizia ultima dove per secoli gli eserciti si sono scontrati, riuniti, sgretolati?
Altra analogia storica con la maledizione geografica e guerriera dell’Afghanistan. Al Pentagono hanno appena finito di fare i conti, a loro volta, con una fuga da Kabul, la ferita brucia ancora. Hanno imparato anche loro cosa vuole dire impaludarsi in una guerra senza capo né coda, dove le super bombe e la guerra hich tech non funzionano bene come nelle esercitazioni e nelle parate. Putin ha commesso l’errore di non vincere in 24 ore, forse non era nemmeno possibile. Bene. Bisogna approfittarne, si pensa, e non concedergli un’altra occasione. Confessiamolo.
Chi ha memoria ha sussultato quando nell’elenco degli armamenti «difensivi» forniti agli ucraini ha letto un nome: «stinger», i missili antiaerei portatili. Fu la fornitura risolutiva sulle montagne afghane: i piloti di bombardieri ed elicotteri russi scoprirono che non potevano più fulminare senza rischi gli afghani mettendo nel nulla i focolai di resistenza, le imboscate, le astuzie dei guerriglieri in ciabatte.
Con l’aviazione che si fa cauta, anche la superiorità russa in Ucraina subirebbe una vistosa menomazione. Spesso gli Stati maggiori confezionano le cose per i politici in modo da impedire che si impari. Negli anni Ottanta quella del «polacco» Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Carter, aiutare cioè i mujaheddin a indebolire l’Armata rossa, fu giudicata una idea geniale.
Tutto dietro le quinte: gli americani ordinavano, fornivano le armi, l’Arabia saudita pagava, il Pakistan faceva da retrovia perfetta e sicura. Gli afghani subivano le vendette della Armata rossa? I mujaheddin erano degli impresentabili jihadisti affiancati dai volontari di brigate islamiste purtroppo in efficace e produttivo addestramento? Poco male. L’Urss fu sconfitta e scoprì, come guardandosi in uno specchio a cui non si poteva mentire con la propaganda degli immancabili destini del socialismo, scoprì il proprio irrimediabile declino. Iniziava la fine della Storia. Perché non riprovare?
Somiglianze: gli ucraini combattono e subiscono le bombe e fuggono nei Paesi vicini, gli americani provvedono agli armamenti (svuotare gli arsenali del vecchiume è sempre una buona operazione, fa spazio a ordigni nuovi, muove patriotticamente l’economia interna), gli europei ridiventati obbedienti per necessità e trinceristi dell’atlantismo pagano, la guerra si diluisce tormentosamente, sanguinosamente nel tempo. Putin di fronte alla glasnot della sconfitta è cancellato. Insomma una vendetta afghana. Ma i tempi sono diversi, gli ucraini non sono gli afghani, si combatte in Europa. Siamo certi che sia una buona idea?
E’ di pochi minuti fa la notizia che è scesa in campo la Cina offrendosi per le trattative, mettendo anche in evidenza che la Cina e la Russia sono amici e che formano un unico blocco, “la nostra amicizia è solida come una roccia”, queste le parole del ministro degli esteri cinese Wang. Mette altresì in evidenza che Cina e Russia manterranno un partenariato strategico globale per una nuova era.
La Cina è disposta a mediare in una trattativa di pace tra Russia ed Ucraina per evitare una crisi umanitaria su larga scala.
Naturalmente, questo ci fa capire che sta mettendo le mani avanti su Taiwan che è parte del territorio cinese, e non tollererà ingerenze da parte degli USA che invece stavano incoraggiando sommosse per la sua indipendenza.
Gli USA devono farsi gli affari loro, dice la Cina.
Che succederà sanzioneranno anche la Cina? Sanzioneranno mezzo mondo?
L’Eu è lì, non si muove aspetta gli ordini dalle bande del potere che gestiscono gli stati dell’unione.
Vediamo.
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USA-RUSSIA-CINA
sono queste le potenze militari che muovono il mondo
La cina non può permettere che la Russia venga smembrata e messa in consizioni di non nuocere,
sa che poi toccherebbe a lei
a nord la Russia occidentalizzata con la Nato a ridosso, a sud e est Stati Uniti con la Nuova alleanza Aukus, la Cina farà tutto quello che è in suo potere per evitarlo.
se l’Eu non si da una svegliata divverrà un campo di battaglia
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Articolo molto interessante ma io non sono riuscito a capire cosa proponga Quirico.
Non intromettersi per nulla e lasciare che Putin abbia a breve la meglio, o supportare l’Ucraina (fornendo armamenti) e consentire così di allungare il brodo, stancando la Russia sperando che Putin sia alla fine fatto cadere dai suoi?
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Non capisco molto di strategie militari, e neppure di scenari di altissima politica. Mi chiedo però che succederebbe in caso di caduta disastrosa di Putin e conseguentemente della sua corte di collaboratori più o meno noti e potenti, Perchè, al di là di ogni facile considerazione, la presenza di un apparato forte in Russia permette un minimo di stabilità in numerose piccole e grandi patrie, non fosse altro per paura. Mi chiedo cosa capiterebbe in Transnistria, in Ossezia, nel Nagorno Karabak, in Cecenia, in Bielorussia, in Georgia, in Kazakistan, in Kirghizistan, Moldavia, Armenia, Tagikistan, Uzbekistan, per finire anche in Bosnia? Siamo certi che non scoppierebbe un pasticcio tale al cui confronto il medio oriente è un luna park? Abbiamo avuto fior di esempi di ciò che l’instabilità fa determinato. Vogliamo proprio dare fuoco al mondo? Non è forse meglio sedersi e parlare, anche con questo cattivone di turno?
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