
(Andrea Zhok) – L’Europa, si dice talvolta, è un “nano politico”. Ma questa espressione – oltre ad essere offensiva per le persone di bassa statura – non descrive bene la situazione. L’Europa è piuttosto una parte del pianeta abituata da tempo a raccontare bugie ideologiche (e questo, almeno in politica estera, lo fanno tutti), ma poi anche a credere alle proprie bugie.
Questo fatto di solito rimane celato sotto la superficie, ma emerge in occasioni come la presente, di grave crisi internazionale, in cui il dilettantismo della classe politica europea si palesa in imbarazzanti e controproducenti balletti, gesti diplomatici al tempo stesso gravi e inutili, tentativi di agire in maniera astuta, ma senza essersi preparati in alcun modo.
La Russia si prepara da anni all’eventualità di un decoupling dall’Europa. Dopo un ventennale tentativo di incrementare i legami con i maggiori paesi europei, proprio a partire dall’inizio della crisi ucraina nel 2013, la percezione che ogni tentativo in questa direzione sarebbe potuto risultare vano è cresciuta sul fronte interno. Perciò la Russia ha ridotto ai minimi termini la propria esposizione debitoria ai mercati (il debito russo è straordinariamente basso, al 17% del PIL), ha accumulato vaste risorse in oro e valuta straniera, e soprattutto negli ultimi tempi ha rinsaldato i legami con l’altro big player mondiale, ovvero la Cina, verso cui gli scambi sono cresciuti continuamente.
Che la Russia non abbia “cercato una scusa” per invadere l’Ucraina è chiaro, visto che questa scusa era ben presente già nel 2013, ma ha condotto allora solo ad un aggiustamento dei confini (annessione della Crimea), e visto che le recenti trattative con l’Occidente sono durate per mesi, senza costrutto. Tuttavia questa opzione la Russia l’ha contemplata con anticipo e preparata per tempo, e ora ha scelto di percorrere questa strada (non priva di rischi).
Gli USA hanno giocato la loro partita con la consueta spregiudicatezza. La loro era una strategia win-win: se la Russia avesse abbozzato, gli USA avrebbero dimostrato di essere l’unica grande potenza rimasta, estendendo il proprio governo sostanzialmente diretto fino ai confini diretti con la Russia (finora limitati ai paesi baltici). Se invece, com’è accaduto, la Russia avesse reagito, il solco con l’Europa occidentale si sarebbe approfondito.
Questa strategia di dissociazione dell’Europa dai suoi partner geopolitici naturali è una strategia che gli americani adottano da sempre, esacerbando i rapporti da un lato con i paesi islamici (Nord-Africa e Medio-Oriente), e dall’altro verso la Russia. Spezzando possibili legami ed alleanze europee su queste direttrici principali gli USA si assicurano contro un effettivo multipolarismo, e acquisiscono la garanzia di poter continuare a contare sull’Europa come un vassallo, che è sempre possibile, se necessario, richiamare all’ordine.
Ciò che lascia esterrefatti qui è il pressapochismo europeo. Stendiamo un pietoso velo sull’Italia, che dopo la figuraccia mondiale fatta dal nostro ministro degli esteri con l’omologo russo Lavrov rientra di buon diritto nel classico (e per noi doloroso) cliché di paese di inconferenti giullari. Ma egualmente vedere paesi spesso ritenuti seri battere i tacchi agli ordini americani, per poi raffazzonare sanzioni improvvisate e autolesioniste, è uno spettacolo sconcertante. Dopo che la Germania ha obbedito a stretto giro di posta alle ingiunzioni americane di bloccare il North-Stream 2, ora assistiamo a minacce di boccare i pagamenti con il sistema SWIFT. Questo blocco tuttavia farebbe di chi lo promuove la principale vittima, visto che il principale flusso monetario in questione è quello dei pagamenti europei alla Russia per le forniture energetiche.
Altri atti vagheggiati come la fornitura diretta di armamenti pesanti all’Ucraina (iniziativa tedesca), il congelamento degli asset della Banca Centrale Russa, o il blocco turco delle navi russe sul Bosforo avrebbero senz’altro il profilo di atti di guerra.
La semplice verità è che la guerra in Ucraina è un disastro per l’Europa, un disastro che andava evitato a tutti i costi, e che, nei limiti in cui è ancora possibile farlo, dovrebbe essere ridimensionato, promuovendo il più rapidamente possibile la pace.
L’atteggiamento europeo di incoraggiamento invece è l’unica cosa che spinge l’Ucraina a rifiutare le trattative di pace, rigettando la proposta russa di garantire uno statuto di neutralità all’Ucraina.
L’Europa in sostanza sta operando in un modo che prolunga la guerra – con quel che ne consegue come costi umani -, rischia di danneggiare in modo terminale i rapporti con la Russia, e crea le condizioni per una crisi economica senza precedenti in Europa, che è area di trasformazione industriale, ed importatore netto di materie prime ed energia.
La domanda finale è “perché tutto questo?”
Una risposta possibile è la totale subordinazione dell’Europa agli USA, e tuttavia questa è una risposta parziale, visto che in tempi recenti (con altra amministrazione) si erano visti atteggiamenti molto meno condiscendenti con gli americani (pensiamo al contenzioso economico con il mercantilismo tedesco).
Un’altra risposta possibile è che la politica europea sia nelle mani di persone che credono davvero alle versioni ideologizzate dei fatti promosse dai propri media. Di solito ci si aspetterebbe in chi gestisce la politica estera una comprensione più attenta, comprensiva ed equilibrata delle circostanze, che non vada puerilmente alla ricerca di buoni e cattivi, colpevoli e innocenti, ma che cerchi di contemperare le varie esigenze di tutte le forze in campo (il che richiede anche un certo grado di comprensione per le ragioni delle controparti). Se questa è la risposta, se siamo davvero nelle mani di persone che pensano di avere a che fare con l’Impero del Male e con Ivan Drago, se pensano che “Putin sia impazzito” e che il “mondo libero” trionferà, beh, allora sappiate che siamo spacciati.
Tanto per riepilogare….Nella 2° guerra mondiale USA e Russia combatterono Hitler insieme, ma, finita la guerra, si formarono due blocchi contrapposti: NATO e PATTO DI VARSAVIA.
Il Patto di Varsavia era un’alleanza militare tra gli Stati socialisti del blocco orientale nata come reazione al riarmo e all’entrata nella NATO della Repubblica Federale Tedesca (1955).
Per 36 anni, la NATO e il Patto di Varsavia non si sono mai scontrati direttamente in Europa.
Nel 1958 il Patto di Varsavia fece una dichiarazione di non aggressione dei Paesi NATO.
Nel 1960 fece un’altra una dichiarazione con cui gli Stati membri approvarono la decisione del governo sovietico di abbandonare unilateralmente i test nucleari, a condizione che anche le potenze occidentali facessero altrettanto..
Nel 1988 Gorbačëv dichiarò la libertà di scelta per le nazioni del blocco orientale e Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Cecoslovacchia chiesero l’indipendenza da Mosca. Il 1º luglio 1991 venne sciolto il Patto di Varsavia, ponendo fine a 36 anni di alleanza militare con l’URSS. Nei mesi successivi iniziò il processo che porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991).
La NATO è un’organizzazione militare americana contro la Russia. Doveva essere eliminata dopo la fine del Trattato di Varsavia, invece non ha fatto che aumentare, e dai 6 Paesi iniziali ora ne conta 30. Il concetto base era che, se la Russia avesse attaccato uno dei Paesi della Nato, tutti gli altri sarebbero intervenuti. Dopo la caduta del muro di Berlino, che simboleggiò la fine del socialismo reale e soprattutto dell’URSS, la NATO ha radicalmente cambiato la sua strategia e si è affermata nella lotta al terrorismo internazionale. Un altro cambiamento è che era stata creata in funzione difensiva, invece ha avallato tutte le guerre di invasione americana.
Da 30 anni gli USA si stanno allargando ad est ed è fisologico che a un certo punto i Russi dicano basta. Cosa altro dovevano fare? Che Putin sia un dittatore assassino lo sappiamo, ma la Russia è una potenza nucleare e non può accettare una minaccia militare portata ai suoi confini. Non l’ha accettata l’America quando l’URRS voleva mettere i missili a Cuba, ma Krusciov era più intelligente di Biden, non l’accetterebbero la Cina o l’India o chi altri. Oggi abbiamo uno scontro di potere ai massimi livelli contro cui diventano vani tutti i nostri bei principi sulla democrazia e la pace. Occorrebbe demolire la NATO che è solo un organismo aggressivo USA e non abbiamo bisogno di altre guerre. Dovremmo rinviare i conflitti all’ONU dove hanno diritto di veto 5 Paesi: Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti, e rimandare le contese alla diplomazia, non alla guerra.
In quanto al Donbass, è una parte dell’Ucraina a predominanza russa: dalla lingua alla chiesa. Ha sempre voluto essere indipendente dall’Ucraina. Putin oggi ne ha riconosciuto l’indipendenza, ma dal 2014, cioè da quando la Russia invase la Crimea, i ribelli filo russi, armati e finanziati da Mosca hanno preso il controllo di una parte del territorio, chiedendo la secessione dall’Ucraina con un un referendum che vinsero. Sono seguiti 8 anni di guerra interna. Nel 2015 dopo 13mila morti, città abbandonate e migliaia di civili in fuga, gli scontri si fermarono – almeno ufficialmente – con gli accordi di Minsk, siglati da Russia e Ucraina che prevedevano il ritorno delle regioni ribelli all’Ucraina, in cambio di maggiore autonomia. Ma gli accordi non sono mai stati rispettati. Intanto che i Russi finanziavano i ribelli filorussi, gli USA finanziavano il governo ucraino affinché chiedesse di entrare nella NATO.
Nel 2014 Prodi chiede che l’Ucraina fosse uno stato cuscinetto, neutrale, per impedire che gli USA mettessero missili vicino al confine russo. Non fu ascoltato.
Ora il predominio sul gas rende tutto più complicato.
Ma sentire un Di Maio che invece di richiedere un lavoro di diplomazia inneggia alla guerra per compiacere l’Atlantismo di Draghi non si può sentire.
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No Viviana, ti assicuro che quello che dici delle varie enclavi supposte etnico-linguistiche non e’ corretto (e se lo fosse voi in Italia dovresta farvi un poio di conti qui e la’…).
Se hai tempo parti da questa cartina:
https://drive.google.com/file/d/1k3Dr7IbmBATKV9BeuRksiUdyGSLNMZhu/view
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Se l’Europa e’ un “nano politico” l’italietta e’ uno stato “rasoterra”, secondo il principio dei vasi di “coccio” comunicanti.
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Attentissimo e documentato . Non una sola parola fa pensare a fanatismo ma c’è un esame freddo e obiettivo dei fatti .Ci aspetteremmo che anche nei nostri media vi fossero giornalisti capaci di fotografare la situazione senza partigianeria. evidentemente non è così . Ma questo sarebbe ancora tollerabile vista la logica di schieramento propagantistica da stadio,quello che non è sopportabile è che chi da le direttive per questa propaganda finisce per crederci pur sapendo della sua falsità e partecipa ai cori portando il proprio paese alla rovina.
p.s. Mi vergogno di Di Maio avendo votato e sostenuto m5s.
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“inconferenti giullari”
Inconferenti non mi suona per DM.
Giullare un po’ di più.
L’analisi di Zokh e’ lineare ed equidistante.
Gianni
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Gentile Andrea Zhok, desidero farle notare che l’Europa, intesa come continente europeo, arriva fino agli Urali.
Quell’Europa da lei descritta è sostanzialmente l’EU, ossia una parte dell’Europa continentale.
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“Un’altra risposta possibile è che la politica europea sia nelle mani di persone che credono davvero alle versioni ideologizzate dei fatti promosse dai propri media. Di solito ci si aspetterebbe in chi gestisce la politica estera una comprensione più attenta, comprensiva ed equilibrata delle circostanze, che non vada puerilmente alla ricerca di buoni e cattivi, colpevoli e innocenti, ma che cerchi di contemperare le varie esigenze di tutte le forze in campo (il che richiede anche un certo grado di comprensione per le ragioni delle controparti). Se questa è la risposta, se siamo davvero nelle mani di persone che pensano di avere a che fare con l’Impero del Male e con Ivan Drago, se pensano che “Putin sia impazzito” e che il “mondo libero” trionferà, beh, allora sappiate che siamo spacciati.”
Bentornato all’analisi politica, Zhok: sei nel tuo.
E concordo.
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Quando in Europa c’erano i giganti politici c’erano guerre quasi a ogni generazione, da noi e nel resto del mondo, con milioni di morti..meglio essere nani vivi
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Una guerra nata dalle troppe bugie
di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 26 febbraio 2022
Paragonando l’invasione russa dell’Ucraina all’assalto dell’11 settembre a New York, Enrico Letta ha confermato ieri in Parlamento che le parole gridate con rabbia non denotano per forza giudizio equilibrato sulle motivazioni e la genealogia dei conflitti nel mondo.
Perfino l’11 settembre aveva una sua genealogia, sia pure confusa, ma lo stesso non si può certo dire dell’aggressione russa e dell’assedio di Kiev. Qui le motivazioni dell’aggressore, anche se smisurate, sono non solo ben ricostruibili ma da tempo potevano esser previste e anche sventate. Le ha comunque previste Pechino, che ieri sembra aver caldeggiato una trattativa Putin-Zelensky, ben sapendo che l’esito sarà la neutralità ucraina chiesta per decenni da Mosca. Il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria.
È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’Est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’Urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda. L’allargamento a Est della Nato era divenuto il punto dolente per il Cremlino e lo era tanto più dopo la guerra in Jugoslavia: “Penso sia chiaro – così Putin – che l’espansione della Nato non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa quest’espansione? E cos’è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario generale Nato, signor Wörner, a Bruxelles il 17 maggio 1990. Allora lui diceva: ‘Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Urss una stabile garanzia di sicurezza’. Dove sono queste garanzie?”.
Per capire meglio la sciagura ucraina, proviamo dunque a elencare alcuni punti difficilmente oppugnabili.
Primo: né Washington né la Nato né l’Europa sono minimamente intenzionate a rispondere alla guerra di Mosca con una guerra simmetrica.
Biden lo ha detto sin da dicembre, poche settimane dopo lo schieramento di truppe russe ai confini ucraini. Ora minaccia solo sanzioni, che già sono state impiegate e sono state un falso deterrente (“Quasi mai le sanzioni sono sufficienti”, secondo Prodi). D’altronde su di esse ci sono dissensi nella Nato.
Alcuni Paesi dipendenti dal gas russo (fra il 40 e il 45%), come Germania e Italia, celano a malapena dubbi e paure. Non c’è accordo sul blocco delle transazioni finanziarie tramite Swift. Chi auspica sanzioni “più dure” non sa bene quel che dice. Chi ripete un po’ disperatamente che l’invasione è “inaccettabile” di fatto l’ha già accettata.
Secondo punto: l’Occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca. Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina. L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali– da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta.
Terzo punto: la promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica). Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”. Se ricorda che le amministrazioni Usa non hanno mai accettato missili di Paesi potenzialmente avversi nel proprio vicinato (Cuba).
Quarto punto: sia gli Usa che gli europei sono stati del tutto incapaci di costruire un ordine internazionale diverso dal precedente, specie da quando alle superpotenze s’è aggiunta la Cina e si è acutizzata la questione Taiwan. Preconizzavano politiche multilaterali, ma disdegnavano l’essenziale, cioè un nuovo ordine multipolare. Il dopo Guerra fredda fu vissuto come una vittoria Usa e non come una comune vittoria dell’Ovest e dell’Est. La Storia era finita, il mondo era diventato capitalista, l’ordine era unipolare e gli Usa l’egemone unico. La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui.
Il quinto punto concerne l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra. Ma Putin non è stato il primo a violarlo.
L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento).
Il ritiro dall’Afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe.
Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo. Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica. Riarmando il fronte Est dell’Ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte cerebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato. Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere.
© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.
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Finalmente articoli, compreso il post di Viviana, di giornalismo con la G maiuscola. …..sarebbe utile al cervello leggere e conoscere oltre la propaganda!
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