(Massimo Gramellini – corriere.it) – Nel momento in cui cessa di essere un obbligo, almeno all’aperto, la mascherina diventa immediatamente un ricordo e per qualcuno persino un rimpianto. La mente tende a dimenticare di averla vissuta come un sopruso, buono soltanto a deformare le orecchie e ad appannare gli occhiali. Mette invece in fila i suoi vantaggi, che a ben pensarci non erano pochi. La prima volta che abbiamo parlato da soli per strada e non se n’è accorto nessuno. O quando siamo rimasti colpiti dallo sguardo intrigante di qualche persona sconosciuta, combattuti tra il desiderio che si togliesse la mascherina e la paura di rimanere delusi nel caso in cui se la fosse tolta davvero. La libertà di andarsene in giro struccate e non sbarbati, di non essere più costretti a sorridere. Il piacere infantile di non provare alcun senso di colpa per avere dimenticato di lavare i denti. L’attimo sconvolgente in cui abbiamo girato la telecamera dell’ego e ci siamo resi conto che la mascherina non serviva soltanto a proteggere noi dagli altri, ma gli altri da noi. E poi la sigla FFP2, che evocava il robottino di Guerre Stellari e all’inizio non riuscivamo nemmeno a pronunciare, mentre adesso quel nome suona quasi bello, quasi ovvio, comunque appropriato.

Come tante altre cose che all’inizio sembrano insopportabili, la mascherina ci mancherà. Per fortuna il carnevale alle porte offre subito un ottimo alibi per rimetterla ed evitare così di travestirsi da sé stessi.