(Roberta Labonia) – Ieri per il Movimento 5 Stelle è stato il giorno delle “consultazioni”. Il garante Beppe Grillo è sceso a Roma dopo l’improvvisa decisione di un Tribunale (territorialmente non competente come quello di Napoli), di “congelare” l’ultimo Statuto made in Giuseppe Conte. Azione che, a caduta, ha provocato anche il congelamento della sua carica di Presidente.

Per un alchimia giuridichese, il ricorso promosso da tre/quattro scalmanati in rappresentanza di qualche centinaio di incazzati di area grillina esclusi dal voto perché iscritti da meno di 6 mesi (sarà proprio questo il motivo?), affiancati da uno scaltro azzeccagarbugli, per un paio di giorni ha rischiato di far saltare i già precari equilibri interni del MoVimento e di tutto il cucuzzaro.

Da un giorno all’altro il co-fondatore alias “l’elevato”, con un effetto boomerang dirompente, si è ritrovato di nuovo con il cerino in mano a dover rispondere legalmente di un Movimento ad alto rischio ricorsi. Un po’ come quando noi ‘anta” si faceva il ballo della scopa: se te la trovavi in mano quando la musica si interrompeva ti toccava pagare pegno.

Il post ultimo di Beppe di martedì scorso, subito dopo l’Ordinanza del Tribunale (ahi ahi ahi, Beppe, non una “sentenza”, come hai scritto toppando clamorosamente) e riassumibile in un secco “state tutti zitti e non vi muovete”, va letto in questa chiave, come a dire, rivolto “anche” a Giuseppe Conte che aveva preannunciato di voler rimettere a votazione sia il suo Statuto che la sua nomina, a rischiare il fondo schiena sono io, facciamo prima parlare gli avvocati.

Certo poi Beppe ci ha messo del suo nell’ agitare gli animi; certe sue frasi, certe mosse, come quella di incontrare Giuseppe Conte solo dopo essersi visto coi big (leggi Di Maio, Virginia Raggi, Mariolina Castellone), hanno armato l’una contro l’altra le diverse fazioni (che definirle corrente pare brutto). Grillo si è voluto prendere qualche piccola rivincita su quel Giuseppe Conte che, tempo due anni, complice anche qualche sua marchiana cazzata, l’ha detronato dal cuore degli italiani. Ha voluto nuovamente segnare il territorio, Beppe, come a dire son tornato, ora, magari solo per qualche giorno, comando di nuovo io. Di una puerilità imbarazzante.

Ce ne è stato abbastanza per dar fuoco alle polveri del web. In queste ore non si contano i post di chi vuole che Giuseppe Conte si fondi un partito suo, poi ci sono invece quelli che dietro un noiosissimo “telavevodetto” si vestono da sibilla cumana: “ho fatto bene a mollarli ‘sti quattro scappati di casa”. E non dimentichiamoci la nuova razza aliena dei “dimaiani” che in questo casino ci hanno sguazzato puntando allo sfascio per risorgere dalle ceneri “più belli e più forti che pria”.
Ma non è accaduto nulla di tutto questo. Ieri sera Giuseppe Conte e Beppe Grillo si son visti a Roma presso uno studio legale con i rispettivi legali di fiducia e, tempo 2/3 ore, hanno concondato di presentare istanza di revoca al Tribunale di Napoli (ma presso un’altra sezione), dell’ordinanza che ha congelato lo Statuto e la carica di Presidente di Giuseppe Conte. Sulla nota diffusa ieri sera dal MoVimento si legge che “i legali hanno concordato che le delibere di agosto scorso sono valide alla luce del regolamento del 2018”. In parole povere l’esclusione degli iscritti con una anzianità inferiore a 6 mesi (motivo dell’Ordinanza di sospensione), era basata sul precedente regolamento.

Non sappiamo se il Tribunale accetterà l’istanza del MoVimento, sappiamo però che chi (molti, anche di altri partiti), ha accarezzato l’idea che con un colpo di mano Grillo mettesse a votazione i membri mai eletti del Comitato Direttivo per far fuori Giuseppe Conte, ha fatto male i suoi calcoli: senza Conte il Movimento implode. E Grillo lo sa bene. Spesso da di matto, ma mica è scemo.