(Giuseppe Di Maio) – A noi ci hanno rovinato quelli simpatici, gli irremovibili dell’indennità parlamentare, della diaria e del rimborso spese. Quel simpaticone di Bersani ha detto a “La Stampa” che “se il Pd torna di sinistra lui torna domattina”. Vuol dire cioè che se il partito sarà definitivamente purgato dai renziani e dal renzismo, dalle fughe centriste, se non addirittura reazionarie, può pensare di farne ancora parte? Peccato che quando il governo Berlusconi IV cadde sotto i colpi della crisi dei debiti sovrani, della stampa avversaria, degli scandali, del giudizio internazionale, e dello spread, insomma quando Silvio stesso presentò le dimissioni a Napolitano ammettendo la sua incapacità a governare le difficoltà del momento, Pierluigi Bersani rinunciò a subentrargli e ad allearsi col malcontento della destra. Peccato che ci causò il governo Monti, governo dei tecnici, della Fornero, governo iniquo e depressivo. E poi peccato che, dopo aver combattuto la mutazione nel genoma della sinistra contendendo a Renzi le primarie del 2012, tirasse di nuovo dentro il suo “Matteo” durante la difficile campagna elettorale dell’anno successivo. Sì, è stato proprio lui ad aprirgli la strada, quando si fece breccia la coscienza che pure in un momento favorevole per i progressisti gli italiani restavano di “destra”. Dunque, c’era bisogno dell’aiuto e delle simpatie che il rignanese naturalmente assoldava dal mondo reazionario.

Il PD era già da tempo l’ultimo atto della sinistra italiana. Una cultura ormai incapace di interpretare la struttura e i bisogni della nostra società, e che ha permesso l’amoralità liberista del berlusconismo. Col PD si scavava nella sinistra un vuoto ideologico in cui tutto era possibile. Cioè Renzi. Ma prima di Renzi c’era stata una congerie che disprezzava la povertà e l’ignoranza, incapace di stare in mezzo alla gente, in mezzo al nuovo elettorato sdoganato dal pensiero unico; c’era una sinistra che non sapeva più mostrare la realtà delle classi, della disuguaglianza, una sinistra inutile. La mutazione renziana era stata preceduta da quella che aveva permesso in tutta l’area la rimozione dello spirito radicale e la sua sostituzione con quello conservatore. Subentro di una razza politica capace solo di additare la mistificazione e il populismo della destra, di un’accozzaglia che ha paura di perdere le elezioni, ma molto più ha paura di vincerle.

E’ a questa razza che appartiene Bersani. Uno dei pochi capace ancora di guardare oltre i programmi e le coalizioni e additare qualche obiettivo realmente di sinistra. Ma lui è uno che resta inadeguato a riconoscere sia i nemici che gli alleati. Come quando nel 2013 si fece sfuggire di mano la possibilità di governare (coi 5 stelle) nel parlamento più a sinistra della storia, consegnando così l’Italia al rignanese e ai suoi maneggi. Ecco perché a noi di dove voglia collocarsi per garantirsi la rielezione interessa poco, perché a noi non interessano le figure incerte. Noi preferiamo gli antipatici: chiari, estremi, disprezzabili, che per reazione ci possano almeno consentire di allevare la speranza in un tempo migliore.