(Bartolomeo Prinzivalli) – Da tempo non volevo dedicarmi a panoramiche sulla situazione politica, prima era un appuntamento settimanale, oggi però è un’occasione particolare e lo strappo ci sta.

L’elezione del “nuovo” presidente della Repubblica ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, la caratura dei rappresentanti che intasano le nostre amate istituzioni. Il muflone verde ha dimostrato di non aver mai abbandonato la passione per gli inceneritori, rendendosi artefice di una sequela di falò tale che non si vedeva dal ferragosto del ’97 e, non soddisfatto, ha continuato ieri sera dandosi in pasto ai giornalisti come messaggero della lieta notizia di una convergenza raggiunta su una donna in gamba, con i resti della Casellati ancora fumanti a cui verrà dedicata la prossima giornata contro la violenza sulle donne, come risarcimento minimo. Stessa enfasi dimostrata da Conte fra i microfoni, senza mai nominare la Belloni, a cui i tifosi già intonavano lodi da vero stratega manovratore, come fanno gli invasati religiosi quando piove dopo un lungo periodo di siccità, ringraziando Dio, per poi accorgersi che erano solo due gocce per “attappare” la polvere e tornare a parlare di effetto serra, cambiamenti climatici, anticicloni e surriscaldamento globale. A fare il nome ci ha pensato Grillo con un post tra lo speranzoso ed il sarcastico, righe che tempo fa sarebbero state considerate geniali ma dopo le imbarcate degli ultimi anni, tipo il Draghi grillino o il ministero della transizione eNologica, indicano solo che neanche lui ci capisca ormai più nulla.

Così tra Belloni, Casellati e Moratti la Camera diventava la nuova Salem, dove bastava un nome femminile pronunciato ad alta voce per accendere un rogo.

Con Letta autoproclamatosi guardia del corpo di Draghi (ma senza colonna sonora di Whitney Houston), Berlusconi dall’ospedale a telefonare a tutti per capire se fossero vivi, Renzi a pontificare dal suo pulpito senza fedeli e i partitini a cercare di mettersi in mostra come aghi orfani della bilancia, si movimentava la tiritera delle schede vuote ed astensioni ormai venuta a noia, almeno ora c’era più carne al fuoco, tanto per restare in tema. Le cronache si rincorrevano e contorcevano dando per venduta la pelle dell’orso, col plantigrado vivo e vegeto che, osservando la scena a distanza, pensava “talìa sti minchiuna” (in dialetto siculo perché rende meglio).

Ma gli entusiasmi ben presto scemavano, come fuochi di paglia (ops), tra un veto, una dichiarazione sibillina, una sfuriata dei Meloniani emarginati ed una tentata pezza alla colossale figura di merda, per cui lo stesso Draghi, aspirante saltatore di Colle, si è visto costretto a pregare Mattarella di resistere un annetto in più, fra le grida di giubilo di tutte le forze politiche cui il miracolo della poltrona verrebbe rinnovato. Così colui che al Quirinale aveva salutato uno ad uno persino gli acari della polvere ed i tardigradi dovrà sacrificarsi per il bene del paese, ossia per un manipolo di incapaci e parassiti, migliori per autodefinizione, che sperano in un suo ritorno di fiamma per non vedere gli scranni andare in fumo…