(Giuseppe Di Maio) – Il periodo che passò dalla dinastia degli Antonini a quella dei Severi fu un breve intervallo di guerre civili. Le guardie pretoriane assassinarono Pertinace e misero all’asta l’Impero. Senatori e aristocratici si sdegnarono di accettare la loro proposta, ma un milanese facoltoso, un certo Didio Giuliano accettò e offrì a ogni pretoriano dai 25 ai 30 mila sesterzi. Ebbene, assassinato anche lui come il suo predecessore, regnò solo un paio di mesi, ma il fatto grave restò. Gli antenati degli italiani dunque, avevano già sperimentato i guasti della nostra democrazia che da tempo la storiografia ha chiamato “basso impero”.

Il milanese di oggi, per tramite dei suoi servi più fidati, si aggira nelle aule del Parlamento ad assoldare grandi elettori. Il più attivo dei fidi pare Sgarbi, che assolda indifferentemente dal drappello di Italia Viva, dai riformisti del PD, dai fuoriusciti del M5S, e da quelli del gruppo Misto. I parlamentari della destra pare siano fedeli, ma è sempre meglio contarli. Non è stato reso noto quanti sesterzi siano pagati per ognuno, ma le cifre sono molto più alte di quelle di Didio Giuliano per un pretoriano.

Dopo Conte, passato ai posteri come Pertinace, i pretoriani di oggi hanno innalzato un reggente di “valore” (loro dicono), che dispensa denaro pubblico alle lobbies affamate da anni, rincara le tasse dopo aver garantito che questo era il momento di dare non quello di prendere, depenalizza i reati dei ricchi (cioè appropriazione indebita, malversazioni, peculato, e corruzione), insomma la peggiore restaurazione immaginabile. Ora è il tempo di completare il capolavoro della guardia pretoriana. La democratura degli anni ’20 di questo secolo si appresta a mettere sul trono un ricco plebeo, empio di suo e condannato dalla residuale giustizia italica. Nel frattempo una folla di clienti si affanna a osservare che questo è l’unico mondo possibile, imperfetto ma inemendabile.

Un mondo, cioè un paese, dove non si riesce a trovare un Presidente della Repubblica non servo, su quasi 30 mln di eleggibili. Un paese che se voterà il plebeo di Arcore sarà deriso dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco, dalle Azzorre alla Nuova Caledonia, e se avesse due sole pagine di stampa obiettiva potrebbe trascinare la destra nella cloaca da dove sorge. Ma potrebbe anche essere che l’elezione di Berlusconi (forse ormai inevitabile) segni la rifondazione di un progetto politico che finalmente non si rassegni all’asprezza della lotta di classe, e che sia cosciente dei guasti che produce la disuguaglianza. Oppure potrebbe essere che i 505 o più, responsabili della sua elezione, pur “ignoti” per scrutinio segreto, saranno additati nei decenni a venire come il parlamento “della vergogna e della corruzione. E sarà stato inutile avere ragione”. (Indro Montanelli ’94)