(di Melania Petriello – treccani.it) – Lo metto in chiaro: io adoro la retorica della vittoria.

Perché la lingua ci regala un cielo stellato di segni enfatici dei nostri sentimenti: il tempo dilatato del tormento, lo spazio centripeto dell’euforia, il rito collettivo della catarsi.

E se il calcio, come sappiamo, non è mai solo calcio, allora questa euforia comunitaria, ammantata di prodigio, contagia come una liberazione inaspettata.

Una squadra senza campioni, cementata dalla forza dell’unione, costruita con sapienza, ha riportato alla memoria le imprese del passato, ha messo insieme i racconti dei padri con la felicità incredula dei figli, ha sollecitato quello spirito europeo così stropicciato, che vive quiescente come i vulcani buoni.

E allora concediamoci ai titoli trionfalistici, alle reazioni scomposte, riscattiamo gli emigrati lavapiatti, la repubblica sulla monarchia, le coppe sulle corone, l’UE sulla Brexit, Dante Alighieri su William Shakespeare.

Perché non tutte le parole sono incise sulla pietra, anzi, alcune hanno la lievità del segno sull’acqua.

Resta scolpita invece l’impresa sportiva, alla quale non partecipano soli gli undici in campo, ma un carosello di donne e uomini che credono nell’impossibile, dopo la prova della storia più dolorosa che il virus ci ha inferto.

Non è finita finché non è finita: si dice nel calcio, come nella vita.

Per questo nessuna bandiera bianca sventola sul ponte della speranza: ma azzurra, sudatissima, eroica.

Vincere il titolo a Wembley, contro i fischi sull’inno, contro le previsioni accreditate, contro i numeri che non sono mai pura matematica, è tanto bello. Bello come scrutare nel labiale di Chiesa che telefona alla mamma, come il tuffo sull’erba inglese di Gigio da Castellammare, come l’abbraccio eloquente tra due amici campioni, Mancini l’inespugnabile e Vialli l’incontenibile, come l’esultanza, quella sì regale, del presidente Mattarella.

Sono ragazzi, siamo tutti quei ragazzi: quando vincono di testa, quando esultano di pancia, quando chiamano a casa per dire di avercela fatta.

Ai non tifosi, che non azzeccano un fuorigioco, dico: siamo parte della festa, quella coppa racconta anche la nostra incompetente esultanza, il nostro desiderare una notte magica. La storia si porta dietro un pezzo di cronaca, riscatta e non dimentica.

Amici inglesi, che ieri avete sciolto la sportività nel pudding, vi aspettiamo dopo il tè: ci trovate con un calice di prosecco in mano, sulla sponda del fiume, siamo quelli che hanno vinto.