(di Luca De Carolis e Wanda Marra – Il Fatto Quotidiano) – Manca qualche dettaglio e lui, il governatore del Lazio, ha ancora qualche dubbio: insomma “non è chiusa al cento per cento” come sussurrano big dem e grillini. Ma a breve, forse entro domani, ma comunque entro il 20 maggio (scadenza per la candidatura alle primarie), dovrebbe arrivare l’annuncio che il candidato sindaco del Pd a Roma sarà proprio Nicola Zingaretti. Il nome che Enrico Letta e il suo sherpa Francesco Boccia inseguono da settimane “perché con lui si vince, contro chiunque” ripetono, citando sondaggi da trionfo prossimo venturo. E arriverà con il silenzio assenso dell’altro vertice dell’alleanza giallorosa, quel Giuseppe Conte che in questi mesi non ha detto una sillaba sulla (ri)candidata sindaca del Movimento, Virginia Raggi, e che ieri a vari big grillini ha assicurato che certo, “io sosterrò Virginia”. Soprattutto, raccontano, lo ha ribadito alla sindaca, con cui ieri Conte si è sentito. Contatti, dopo tanto tempo, per farle capire che non le mancherà certo il suo apporto. Ma a medio termine sarà più complicata di così, come sanno bene Letta e Zingaretti, con cui l’ex premier si sente di continuo, e come sa ovviamente quel Goffredo Bettini che ormai è il primo consigliere dell’avvocato. Perché come conferma al Fatto una fonte di primo piano del Movimento, nelle ultime ore ha davvero preso forma l’accordo tra Pd e M5S, che prevede la corsa separata di Zingaretti e Raggi al primo turno, e poi il reciproco sostegno nel ballottaggio: ammesso che non vi arrivino assieme, e quella sarebbe già un’ulteriore complicazione. Nell’attesa, il M5S deve impegnarsi a tenere in piedi la giunta del governatore Zingaretti, deciso a rimanere alla guida della Regione Lazio anche durante la campagna elettorale da sindaco (o almeno fimo a settembre). Un modo per evitare di votare insieme sia per la Regione che per la Capitale.

Per questo ieri Boccia ha voluto chiarirlo: “La legge va rispettata, e non chiede a un sindaco quando si candida a presidente di Regione di dimettersi, così come non lo chiede ad un governatore. Ci si dimette solo quando si ha un altro incarico”. Vari dirigenti del Pd indicano anche i precedenti: Giorgio Gori, che si dimise da consigliere regionale dopo essere diventato sindaco e Lucia Borgonzoni, che non si dimise da senatrice per candidarsi alla guida della Regione Emilia-Romagna. “Sperando che a chiedere le dimissioni di Zingaretti non sia proprio Virginia..” sussurrava ieri un big del Movimento.

Se ciò non accadesse, solo a gennaio i giallorosa dovrebbero provare a riprendersi la Regione: con un candidato del M5S, dicono i grillini, oppure presentando l’attuale assessore alla Sanità Alessio D’Amato, come sostengono da ambienti dem, dove rilanciano l’ipotesi di un ticket con l’attuale assessore alla Transizione ecologica, la veterana del Movimento Roberta Lombardi (ma lei continua a smentire ogni coinvolgimento). Su questo si tratterà. Per il Pd l’importante è l’unità della coalizione, almeno così ripetono al Nazareno. D’altronde l’operazione a Roma va di pari passo con la candidatura a Napoli del presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, che però per decidersi chiede sostegni economici per il disastrato bilancio partenopeo (stanno lavorando a un apposito fondo triennale). Ma nel gioco del dare e avere chi rischia di più, almeno a Roma, è il Movimento, che di guai ne ha già una valanga. E che ora deve stare attentissimo a non mostrarsi come il traditore della Raggi, della sua sindaca. Così in mattinata Luigi Di Maio, anche lui consultato di continuo da Letta e dagli altri maggiorenti dem, soppesa le parole a L’aria che tira: “Su Roma non è questione di trovare la quadra, noi abbiamo la candidatura di Virginia Raggi e noi la sosterremo. Ma non credo che questo farà saltare l’alleanza con i dem. Zingaretti? Chiedete al Pd”. La linea è che si resta sulla Raggi. Il resto è ciò che si fa ma che non si può urlare, cioè è la politica. Quella in base a cui Letta ha provato anche negli ultimi giorni a chiedere al M5S di togliere dal tavolo la sindaca uscente. Trovando l’ennesimo no di Conte, che non poteva voltarle le spalle. Non può farlo nessuno nei 5Stelle, perché Raggi è forte nei sondaggi e intoccabile per la base. E bisogna evitare che le venga la tentazione di passare nel campo dell’avversario, di Davide Casaleggio, magari assieme a quell’Alessandro Di Battista che la sosterrà nella sua campagna.

Dal Pd invece il pressing su Zingaretti è costante. Il governatore continua a cercare di prendere tempo per ottenere sempre più garanzie sulla tenuta dell’accordo. Intorno a lui cresce la convinzione che l’operazione andrà in porto. Ieri sera intanto si è tenuto il tavolo della coalizione per definire le regole delle primarie. Si faranno in ogni modo. Ma Roberto Gualtieri, se dovesse essere lui il candidato, potrebbe trovarsi di fronte candidati robusti, come Monica Cirinnà. Mentre quelle di Zingaretti sarebbero sostanzialmente un’incoronazione. Fortemente voluta.