(Francesco Erspamer) – Le uniche alternative che sono concesse a chi provi a opporsi al liberismo sono la supina accettazione (ma si preferisce parlare di “pragmatica” accettazione) della sua ideologia e stile di vita (individualismo, avidità, edonismo, consumismo compulsivo, appiattimento sul presente, gossip) però in modo appena più moderato e compassionevole nei confronti delle sue vittime, oppure una cupa visione apocalittica e la conseguente rassegnazione e graduale autodistruzione. Ancora peggio è che queste due alternative sembrano avere intrappolato chi appunto vorrebbe resistere al neocapitalismo e all’americanizzazione dell’Italia e del pianeta. Invece tertium datur: c’è un’altra opzione.

Gramsci la chiamava ottimismo dell’azione o della volontà. Che è cosa ben diversa dall’ottimismo della ragione tipico appunto degli americani ma già ridicolizzato da Voltaire nel Candide attraverso il personaggio del dottor Pangloss, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili. No, non viviamo nel migliore dei mondi possibili, e neanche nel migliore dei mondi che sono esistiti; e non è affatto detto che si riesca a fermare la deriva che già oggi costringe miliardi di persone a vivere nello squallore e che in pochi decenni potrebbe rendere la Terra inabitabile. La ragione non può che essere pessimista. Lo stesso non dobbiamo arrenderci senza combattere; perché la lotta, contrariamente a quello che i liberisti e i loro media vogliono farvi credere, è un pungolo ed è una gratificazione. In sé, ossia a prescindere dai risultati. Fare gruppo è piacevole, come discutere con altri che condividano le nostre aspirazioni, come sognare collettivamente una società più giusta e egualitaria, e a quel punto non importa che la vedremo realizzata (io certamente non la vedrò) perché saremo riusciti a sciogliere la nostra limitata e misera esistenza personale in un impegno comune, dunque in una dimensione che ci trascende.

Che fare dunque? Smetterla di occuparsi di gossip, ossia di reagire meccanicamente, come il cane di Pavlov, alle sollecitazioni mediatiche, spacciate per distrarci, per tenerci sulla difensiva, sempre in ritardo, sempre sconfitti perché anche quando faticosamente si riesca a impedire un sopruso o a punire un prepotente, già il gioco è cambiato e altri soprusi sono stati perpetrati, altri prepotenti sono diventati celebrity. Piuttosto occorre organizzarsi: territorialmente, militantemente (avrei scritto militarmente se non fosse politicamente scorretto: intendo con grande disciplina e determinazione) e soprattutto ideologicamente. Non stiamo perdendo perché non abbiamo forza; stiamo perdendo perché non abbiamo ideali, perché non sappiamo (e non sappiamo dire) chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare e perché.

Darei per scontato che per i prossimi dieci o vent’anni saranno comunque i Draghi a dominare, con i loro condoni agli evasori fiscali e i loro favori alle multinazionali; che i Descalzi saranno sempre assolti; che a imporsi saranno sempre i Beppe Sala, gli Alberto Gerli, le Lucie Bergonzoni, le Valentine Vezzali; a rispecchiare la peggior classe imprenditoriale che mai sia esistita, ormai capace solo di moltiplicare il denaro di chi ne ha tanto al prezzo di distruzioni ambientali e culturali irreversibili. Il pessimismo della ragione deve impedirci di illuderci, di masturbarci intellettualmente con assurde speranze di una rapida redenzione che peraltro non meritiamo. E deve ricordarci che siamo in questa situazione per la protratta imbecillità di un paio di generazioni di italiani, frastornate dalle nuove tecnologie al punto da accettare di venire private di reali diritti e concrete esperienze sociali in cambio di qualche giocattolo di plastica con cui accedere gratis a pornografia e altra virtualità. Vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti solo macerie? Molti giovani e giovanissimi non desiderano altro ma la colpa del vuoto in cui stanno crescendo è nostra. A me non piace questa inerzia e non accetto questa responsabilità. Mi sento vivo solo quando penso al modo di riscattarmi e anche vendicarmi, ossia imporre la giustizia a un sistema che non sa cosa sia. Però non istericamente, come un tipico americano del Texas o della Georgia che compra al supermercato un fucile semiautomatico per ammazzare le prime dieci persone che incontra. Così vogliono farci diventare. Invece dobbiamo diventare coscienti, disciplinati, rigorosi, solidali, informati, scaltri, tenaci, preparati—soprattutto preparati, nel senso di competenti o addirittura colti e nel senso di addestrati. C’è di che riempire di ottimismo (della volontà) i prossimi anni e decenni: per costruire lentamente ma implacabilmente un partito. Perché dovrà essere di parte, non di tutti, anzi apertamente ostile a molti, gli egoisti, gli ignavi, i codardi, i leccapiedi, gli arrivisti, gli stronzi. A me pare un progetto interessante e divertente. Ma in ogni caso: se non questo, cosa?