(di Fabio Sparagna – Il Fatto Quotidiano) – Nel day after della sospensione del vaccino AstraZeneca, l’Istituto superiore di Sanità prova a dare un po’ di punti fermi sulla campagna in corso. Lo fa con un documento presentato assieme a Inail, Aifa e ministero della Salute. Sullo sfondo, la preoccupazione per le varianti inglese, brasiliana e sudafricana, che impone qualche precisazione anche sulle misure di contrasto già note. “Sarebbe opportuno aumentare il distanziamento fisico fino a due metri, laddove possibile” e in tutte le situazioni in cui si resta senza mascherina; è consigliato l’isolamento in stanza singola o il raggruppamento per tipologia per i casi di contagio da varianti; suggerito l’utilizzo di test diagnostici multi-target non limitati al gene Spike, per evitare false negatività indotte dalle mutazioni. Per quanto riguarda i vaccini, si registrano le prime valutazioni della tempistica dell’immunità per i tre sin qui utilizzati: una settimana dopo la seconda dose con Pfizer, due settimane dopo con Moderna, tre settimane dopo la prima e fino al richiamo della dodicesima settimana con AstraZeneca. E qualche (in)certezza non irrilevante: nessun vaccino garantisce il 100% dell’immunità, ma non sono chiari neanche il grado di protezione dalle forme asintomatiche e la durata della protezione indotta (ma potrebbe essere simile a quella successiva all’infezione, che i primi studi attestano a una media di 5 mesi). Nessuna eccezione all’utilizzo dei Dpi e al mantenimento delle distanze fisiche per i vaccinati dunque. E in caso di contatto con un positivo al Covid, restano l’isolamento e le misure previste dalla normativa attuale. Chiarimenti anche sui casi di pregressa positività: è confermata la possibilità della somministrazione di una sola dose dopo 3 mesi dall’infezione (ma almeno entro 6 e non in caso di soggetti a rischio). Si ribadisce poi la sicurezza del vaccino indipendentemente da precedenti contagi; sconsigliata quindi la ricerca di anticorpi prima della somministrazione (ma negli ex-positivi si rileva una maggiore possibilità di lievi effetti collaterali). Discorso a parte per i pazienti trattati con plasma o monoclonali, cui si consiglia un’attesa di 90 giorni prima della vaccinazione.