(di Pino Corrias – Il Fatto Quotidiano) – “Joe è più di un amico, è un fratello maggiore”. Ogni tanto Matteo Renzi, nato e mai partito da Rignano sull’Arno, ci dà delle soddisfazioni, come ai vecchi tempi, quando voleva rottamare il mondo ingrato, mentre l’ingrato mondo rottamava lui. In una spassosa intervista a La Stampa, Matteo ci svela che il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America – al netto della pandemia giudiziaria promessa da Trump, ormai regredito a bimbo furente – è il suo migliore amico.

“Ho sempre considerato Joe come la persona da chiamare quando c’era da chiedere un consiglio”. Anzi di più, era proprio Joe che chiamava Matteo “nei momenti di tensione”, quando “c’era da riprendere il filo del dialogo”. Lasciandoci intendere che ben oltre l’amicizia li lega una perfetta “harmony tune”, un’armonia mentale che, a dispetto della crudele lontananza, allertava Joe prima ancora che Matteo allertasse lui.

Ore al telefono, immaginiamo. Altro che Lotti, Babbo Renzi, il generale Adinolfi, Boschi. Matteo si confidava con “il saggio Joe”. Grazie a lui “ora le sponde dell’Atlantico saranno più vicine”.

E Matteo tornerà preziosissimo: magari segretario generale della Nato.

Chiamiamo noi o chiama Joe?