
(Nuccio Franco) – Srebrenica, 11 luglio 1995. La cittadina orientale della Bosnia Erzegovina viene conosciuta dal mondo come teatro del più efferato massacro dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Nel cuore dell’Europa, sotto gli occhi della comunità internazionale.
8.372 i civili musulmani, dai 12 ai 77 anni, passati per le armi dalle truppe serbo-bosniache del carnefice Ratko Mladic.
A 25 anni da quel giorno il ricordo dell’assurdo è ancora vivo e la sensazione che a Srebrenica siano morti anche i vivi è evidente di fronte alla distesa di lapidi verdi.
Le colpe? Verosimilmente quella di non essersi opposti alla carneficina perpetrata dai nazisti a danno dei serbi nel corso del secondo conflitto mondiale.
Il sospetto che quanto successo fosse solo una vendetta rinviata s’insinua legittimo dando adito ad un ragionevole dubbio nella consapevolezza della storia che si ripete.
Nel 2010 il Parlamento serbo ha votato una mozione con la quale si è assunto la responsabilità dell’eccidio, probabilmente più per ambizioni europeistiche che per un rigurgito di coscienza postuma.
Ratko Mladic, il boia, 77 anni dei quali parecchi trascorsi da latitante, è stato arrestato con l’accusa di crimini contro l’umanità ed altri capi d’imputazione.
Non ha perso però l’arroganza ed il piglio deciso del generale. Lo dimostra in aula quando schernisce le madri delle vittime assumendo un atteggiamento di violenta sfida verso la Corte che lo processa. Si rifiuta di testimoniare definisce il tribunale dell’Aia una corte dell’odio non del diritto che non lo lascia parlare.
L’esecutore materiale – che nega risolutamente – non è tuttavia solo; spetterà a chi di dovere accertare altre colpe e connivenze, politiche e militari. In particolare quelle di Radovan Karadzic, la mente unitamente al defunto Milosevic, arrestato nel 2008.
Durante un’udienza del processo che lo vede imputato, il 23 luglio 2009, a un anno dalla cattura, Karadžić ha definito “un’esagerazione” il numero di vittime del massacro. Sempre durante la medesima sessione l’imputato ha chiesto addirittura l’accesso ai test del Dna delle vittime “per poter stabilire la verità”. Fatto sta che l’11 luglio Mladic poté affermare testualmente: “È giunto il momento di vendicarsi dei turchi”.
La ricorrenza dell’eccidio è anche l’occasione per fare il punto sulla situazione bosniaca.
Un primo passo è stato compiuto dal Tribunale dell’Aja che ha accolto la richiesta di risarcimento presentata dai familiari di Rizo Mustafic e quella dell’ex interprete dei caschi blu, Hasan Nuhanovic, riconoscendo lo Stato olandese “responsabile” per il massacro.
Infatti, i Caschi blu olandesi – circa 600 – erano incaricati di difendere l’enclave di Srebrenica, dichiarata “zona di sicurezza” dalle Nazioni Unite insieme a Sarajevo, Zepa, Gorazde, Tuzla e Bihac.
La base olandese di Potoçari ospitava 20.000 rifugiati, soprattutto donne, bambini e malati.
Nonostante ciò, l’assedio della città risultò particolarmente facile e quando iniziarono i bombardamenti la richiesta dei musulmani alle Nazioni Unite di imporre la consegna delle armi leggere confiscate alle truppe serbe fu disattesa.
Il governo olandese, che negli ultimi anni si è dovuto difendere spesso dalle numerose accuse in merito al massacro, ha sempre insistito sul fatto che le sue forze furono abbandonate dalla missione delle Nazioni Unite, che non fornì adeguato supporto aereo. Fatto sta che ora le madri di Srebrenica chiedono un risarcimento sino ad oggi negato ed una condanna per una responsabilità più ampia dell’esercito olandese per quanto avvenuto.
Per capire davvero cosa successe quel giorno ci rechiamo in loco. Partiamo da Sarajevo alle prime luci dell’alba lasciandoci alle spalle la Biblioteca Nazionale illuminata dai primi raggi di sole di una tersa mattinata. Da pochi giorni riaperta al pubblico dopo anni di restauro, essa rappresenta ancor più il simbolo della città e della cultura sarajevesi.
Percorriamo i circa 150 km che ci separano da Srebrenica – un tempo graziosa cittadina termale e di minatori – su strade tortuose che si insinuano in una fitta vegetazione. Poche decine di chilometri e siamo già nella Repubblica Srpska; scritte tassativamente in cirillico. Veniamo fermati dalla polizia che ci guarda con sospetto, spieghiamo i motivi della nostra presenza, mostriamo le nostre credenziali; ci lasciano ripartire, anche se la sensazione è quella che avrebbero voluto trattenerci per ulteriori accertamenti. Raggiungiamo la località che, nonostante quanto accaduto, rappresenta un’enclave che gli accordi di Dayton hanno lasciato in territorio della repubblica Serba di Bosnia. Altro paradosso.
Arriviamo al memoriale di Potoçari; l’aria è pesante, gli sguardi parlano da sé, la gente non dimentica e non ha molta voglia di parlare.
Miralem, all’epoca dei fatti poco più che diciottenne, ci racconta di quel giorno nel quale fu costretto a rifugiarsi sulle montagne circostanti per sfuggire al rastrellamento dell’esercito serbo – bosniaco.
“Non appena cominciò a spargersi la voce di un’imminente entrata in città delle truppe serbe” ci racconta “cominciammo a correre alla disperata in cerca della salvezza nella fitta boscaglia delle montagne. Sapevamo già quale sarebbe stato l’epilogo di quella giornata e, nonostante la presenza delle truppe olandesi, non ci sentivamo affatto sicuri”.
Piccola pausa, lo sguardo perso nel vuoto dell’orizzonte ed aggiunge: “indugiammo alla macchia per quattro giorni fino a quando la situazione non fu tornata alla “normalità”. Rientrammo in paese e la scena che ci si parò davanti agli occhi fu raccapricciante. Decine, centinaia di corpi passati per le armi, vecchi e bambini senza distinzione di sorta, madri, mogli e parenti disperati in cerca dei loro cari. I più fortunati riuscirono a trovarli altri, invece, non seppero mai dove fossero e fu negato loro anche l’ultimo saluto. Ciò che ho visto sarà sempre un marchio indelebile nella mia mente”.
Ajdin invece ci espone il suo pensiero sulle motivazioni della strage confermando quanto anticipato.
“Quanto successo qui in quel lontano 1995 ha rappresentato una vendetta a distanza di cinquant’anni contro i musulmani per l’aiuto che questi fornirono durante la Seconda Guerra mondiale contro i serbi. Ancora oggi, nonostante tutto, è triste camminare per strada e dover abbassare lo sguardo di fronte al tuo carnefice. Gli accordi di pace, nonostante l’accaduto, hanno lasciato Srebrenica alla Repubblica Serba di Bosnia e questo non riesco ancora a spiegarmelo. Come si fa? Evidentemente qualcuno ci voleva davvero tutti morti, nessuno escluso. Davvero qualcuno voleva che la vendetta contro i turchi si avverasse e l’Europa non è esente da colpe”.
Entriamo nel memoriale. Ci avviciniamo ad un gruppo di donne sedute in cerchio, stupite dalla nostra presenza e ci intratteniamo con Lejla che in un inglese approssimativo ed indicando la distesa di lapidi verdi ci racconta “ho perso mio figlio e mio marito e quelle lapidi rappresentano solo una parte di chi quel giorno trovò la morte all’improvviso. Non dimenticherò mai ed il mio solo desiderio prima di morire è sapere che i responsabili di tutto questo possano marcire in galera per il resto dei loro giorni” ci dice con le lacrime agli occhi che provvede a tergere con il dorso della mano. “Alle condanne degli uomini, di un tribunale, si aggiungerà presto quella del giorno del giudizio ed allora Allah, l’Onnipotente, il Misericordioso giudicherà” conclude chiudendosi in un ermetico silenzio dopo averci ringraziati per il fatto di raccontare ancora al mondo il dolore delle tante madri e mogli.
Infine Zlata, 25 anni, studentessa di legge a Sarajevo che all’epoca dei fatti aveva solo cinque anni.
Con piglio deciso e fierezza da vendere ci parla dei racconti dei genitori e dei parenti ed aggiunge che “vedere la casa che è stata dei tuoi nonni occupata da una famiglia serba fa ancora molto male. La situazione qui a livello di rapporti umani non è che sia cambiata più di tanto” sottolinea con un’espressione di pessimismo.
“Nonostante noi bosgnacchi rappresentiamo la maggioranza a Srebrenica credono di essere e sono padroni a casa nostra. Spero vivamente che le nuove generazioni sappiano superare questo conflitto generazionale sulla strada della verità e della riconciliazione in base all’accettazione reciproca. Sono scettica, non sono molto ottimista ma è mio dovere crederci fino in fondo e di fare quanto nelle mie possibilità affinché ciò accada”, conclude.
Al di là delle dispute umane e giudiziarie, ciò che sembra evidente è che a Srebrenica, così come nell’intera Bosnia, il quadro non sia mutato. I nazionalismi e le dispute etniche si rincorrono ed il quadro politico appare caratterizzato da una sostanziale paralisi, dovuta alle difficoltà tra le diverse comunità a trovare una comune linea di azione. Il fatto stesso che gli accordi di Dayton abbiano sancito l’appartenenza di questa enclave alla Repubblica Serba ci sembra un perpetuarsi di una convivenza forzata tra due entità che, dopo quanto successo, probabilmente non si tenderanno mai la mano. Come biasimarli? Tutto sembra essere ed è fonte di discordia.
Anche la stessa ricorrenza di pochi giorni or sono dell’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando ad opera di Gavrilo Princip è stata interpretata dalle tre etnie presenti in Bosnia in maniera diametralmente opposta. Princip, osannato come un eroe dai serbi, è ancora oggi considerato solo un terrorista sia dai bosniaci che dai croati.
A ciò si aggiunge la circostanza che le alte sfere della Republika Srpska, a maggioranza serba, così come la popolazione, non perdono occasione per affermare il diritto dei serbi di Bosnia ad “affrancarsi” dalla convivenza forzata con entrambi.
Un certo ottimismo, invece, è rappresentato dalla svolta (speriamo) moderata della componente croata, come ci dice un politico locale che a sua volta ci conferma la presenza sul territorio di correnti estremiste esterne.
Infatti, ciò che al momento desta maggior preoccupazione è la diffusione del movimento wahabbita e di gruppi radicali islamici finanziati dall’Arabia Saudita e dall’Iran allo scopo di causare diffidenza e paura.
Il fine ultimo sarebbe quello di allontanare il Paese dalla integrazione con l’Europa.
All’origine di questo revanscismo estremistico il fatto che dopo la guerra molti di coloro i quali erano accorsi per combattere a fianco delle truppe musulmane sono rimasti, hanno sposato donne locali e si sono stabiliti nei villaggi della Bosnia centrale.
Di fronte a tale situazione, i media denunciano una sorta di immobilismo nel prendere le distanze da parte della comunità islamica che ribatte invitando le forze politiche ad adottare misure concrete di riforma.
Si può, dunque, affermare che oggi la Bosnia è lo stato balcanico che offre minor garanzia di stabilità politica e sicurezza nonostante le forti spinte europeiste che si stanno facendo strada soprattutto tra la componente islamica moderata.
La crisi economica, poi, rende la situazione ancor più critica ponendo un forte ostacolo verso l’integrazione europea anche in considerazione del fatto che le riforme stentano a decollare proprio a causa della divisione tra comunità che, talvolta, sembra essere insanabile.
In conclusione, riteniamo che sarà difficile superare divisioni storiche radicate ed anni di sangue e morti ma non per questo si dovrà rinunciare ad esperire tutti i tentativi per una Bosnia unita e pacificata.
Restando così la situazione, l’Europa è e sarà solo una chimera.